Piove.

Oggi piove. In realtà piove già da un po’ di giorni anche se io me ne sono resa conto solo oggi. Piove in continuazione. Smette giusto in tempo per farti lasciare l’ombrello in macchina e bagnarti dopo cinque metri.

Piove e non mi è mai piaciuta la poesia. Anche se oggi mi è tornata in mente quella che ho studiato alle medie con la prof. che incuteva terrore a tutti noi mocciosi. Sarà banale ma oggi mi andava di rileggerla… e di scriverla qui. Sarà banale, dicevo, ma tanto non ho nulla da fare… e fuori piove.

 

 E. MONTALE – PIOVE

Tratto da Eugenio Montale, Tutte le poesie, Milano,
Arnoldo Mondadori Editore, 1996, pp. 345-346

Piove. È uno stillicidio
senza tonfi
di motorette o strilli
di bambini.

Piove
da un ciclo che non ha
nuvole.
Piove
sul nulla che si fa
in queste ore di sciopero
generale.

Piove
sulla tua tomba
a San Felice
a Ema
e la terra non trema
perché non c’è terremoto
né guerra.

Piove
non sulla favola bella
di lontane stagioni,
ma sulla cartella
esattoriale,
piove sugli ossi di seppia,
e sulla greppia nazionale.

Piove
sulla Gazzetta Ufficiale
qui dal balcone aperto,
piove sul Parlamento,
piove su via Solferino,
piove senza che il vento
smuova le carte.

Piove
in assenza di Ermione
se Dio vuole,
piove perché l’assenza
è universale
e se la terra non trema
è perché Arcetri a lei
non l’ha ordinato.

Piove sui nuovi epistèmi
del primate a due piedi,
sull’uomo indiato, sul cielo,
ottimizzato, sul ceffo
dei teologi in tuta
o paludati,
piove sul progresso
della contestazione,
piove sui works in regress,
piove
sui cipressi malati
del cimitero, sgocciola
sulla pubblica opinione.

Piove, ma dove appari
non è acqua né atmosfera,
piove perché se non sei
è solo la mancanza
e può affogare.

Elly

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4 thoughts on “Piove.

  1. Riflessione disordinata sul concetto di Poesia

    Il professore del corso di scrittura creativa ci ha assegnato, come esercizio, una composizione, in cui un oggetto deve rappresentare la metafora di qualcosa di importante.

    Ieri, pomeriggio “ho pensato lungamente, intensamente, appassionatamente, e non m’è venuto in mente niente”, per dirla alla Riondino.
    Allora mi sono stufato e sono andato in cortile a rastrellare le foglie.

    Ce ne sono ancora molte sul platano, saranno tante quante gli amici che ancora mi restano, ma molte sono cadute, forse tante quanti gli amici che mi hanno lasciato.
    Continuava a venirmi in mente quella poesia: “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”.
    E ho pensato alla prima foglia che ha lasciato le altre e all’ultima che se ne andrà, la più tenace o la più fortunata, o forse la più triste perché vedrà le compagne andarsene ad una ad una.
    Ho pensato a mio padre, che lungamente ha desiderato la morte, non avendo trovato in sé la forza di reagire alla malattia, e mi sono venuti in mente alcuni amici morti di overdose e altri che si sono tolti la vita. E ho pensato a Giuseppe ammalato di AIDS che dopo aver creduto di volare, ha lottato fino all’ultimo per ritornare il ragazzo dolce e ingenuo che era.
    Non mi andava più di raccogliere le foglie, volevo scrivere qualcosa.
    Pensavo al vento, come metafora della droga, e alla sensazione di ebbrezza che porta con sé.
    Poi ha cominciato a piovere; le foglie appesantite non riuscivano più ad alzarsi rimanendo appiccicare alla terra umida, allora ho pensato alla pioggia come metafora della malattia che ti impedisce di alzarti.
    Ho scritto questa cosa e l’ho dedicata a mio cugino Giuseppe a cui, da tanti anni, non offrivo una lacrima:

    Droga

    La foglia del platano già danza nell’aria vestita d’autunno.
    Il vento è amico, è ebbrezza, è fremito di vita.
    Ancor non sa che quel volo sarà troppo breve e ancor danza ignara.
    Ma poi cadrà, e leggerà nel vento il suo sgomento.
    Cercherà di rialzarsi, una , due,… cento volte e il vento amico l’aiuterà.
    Ma ogni volta ricadrà sconfitta e umiliata.
    Chiederà ancora una volta sogni al vento, e il vento amico la ingannerà.
    Sarà allora l’ultimo volo: il più sofferto, il più solo.
    Disillusa e avvizzita, resterà ad aspettare la sorte,
    ma un giorno nuvole nere veleranno l’orizzonte,
    e arriverà la pioggia, e la terra in un batter d’ali la inghiottirà.
    …così la vita.

    Chissà se è una poesia?
    Io con la poesia ho spesso avuto un rapporto conflittuale.
    Forse è la mia formazione tecnico scientifica che mi impedisce di capire fino in fondo, di leggere oltre quelle righe che mi procurano sì qualche emozione, ma di cui, talvolta non riesco a cogliere il senso. Forse l’eccessiva immersione nella lettura di manuali informatici “ha tarpato le ali al mio spirito poetico, impedendogli di librarsi in volo” (forse questa è una stucchevole frase poetica).
    E poi, trovo certe poesie completamente destrutturate, prive di impianto logico, che forse dicono qualcosa solo a chi le ha composte, e a qualche zelante critico che vuole fare sfoggio di parole roboanti.
    Qual è allora lo scopo della poesia? Dare messaggi? Generare emozioni?
    La poesia è spasmo emotivo dell’animo o pacato riflesso della coscienza o… ?
    Insomma qual è la definizione di poesia, quale il confine fra poesia e prosa?
    La metrica forse? La rima… non credo. Forse la dimensione del testo?
    Affrontando il problema dal punto di vista matematico è facile calcolare che scegliendo, opportunamente, 10 frasi (d’amore, per es.) si possono costruire ben 120 poesie di 6 frasi ciascuna, tali che una differisca dall’altra per almeno una frase. Tra queste credo che almeno una decina sarebbero accettabili dal punto di vista estetico (giochi combinatori di questo tipo, sono già noti in letteratura).
    Se poi considerassimo, come sarebbe logico, una poesia diversa dall’altra, se diverso è l’ordine delle strofe, allora le “poesie” possibili sarebbero 151.200.
    Per puro divertimento semantico si potrebbe poi cambiare anche l’ordine delle parole e ottenere diversi milioni di componimenti. Certamente molti di questi non sarebbero poesie (“l’aria era piena di lei” e “lei era piena di aria” sono certamente frasi con diversa valenza poetica) ma sono certo che alcuni componimenti troverebbero critici disposti a valutarli positivamente.
    Insomma, è fondamentale conoscere la definizione di poesia.
    Consulto allora il primo vocabolario che mi capita tra le mani.
    Poesia = “Arte e tecnica dell’esprimere in versi una determinata visione del mondo”.
    Che vuol dire? Non capisco!
    Dovrei sapere esattamente cos’è l’arte (mi viene alla mente lo scherzo del falso Modigliani).
    E cosa significa esprimersi in versi? E di quale tecnica si parla?
    Devo abbandonare la ricerca, perché anche se continuassi a cercare sul vocabolario questi oscuri termini, essi sarebbero descritti con altri vocaboli fumosi e vaghi di cui dovrei cercare il significato.
    Sarei quindi costretto a percorrere, a ritroso, un itinerario senza fine, con un’esplosione combinatoria del numero di termini da cercare, ma ieri non avevo proprio tempo perché volevo assolutamente scrivere quella “cosa” da dedicare a Giuseppe.

  2. Ho trovato bellissime le tue parole e credo che non ci sia nemmeno da chiedersi se tu abbia scritto una poesia o meno. Credo, anzi, che sia una poesia bellissima e toccante.
    Penso, comunque, che cercando una definizione sul dizionario o calcolando le infinite possibilità di incastrare le frasi d’amore dei baci perugina non speculeremmo sulla poesia ma sul poetare, dignitoso o meno che sia.
    Ho riflettuto sulla poesia molte volte, ho meditato sul perchè non riesco a capirla. Oggi leggendo il tuo commento sono stata catturata dall’idea che le poesie siano composte da versi e, subito dopo dalla domanda “cosa è la poesia”.
    Se accetti l’opinione di una profana credo che la mia riflessione si potrebbe esprimere così:
    La poesia è composta da versi e verso è anche il nome che diamo al suono degli animali, alle urla dei bambini, alla voce scomposta di gente che grida.
    Sono suoni più o meno graditi, possono sembrare cacofonici e di certo non sono fatti per tutte le orecchie. E’ indubbio, però, che la loro emissione rappresenta un bisogno viscerale, un desiderio, un’urgenza di fare sapere al mondo che qualcuno ha qualcosa da dire.
    Per me la poesia è questo: dire qualcosa al mondo, qualcosa di talmente intenso ed importante che ogni persona trova una forma diversa per esprimerlo, rime, versi sciolti, tutte le forme disponibili e necessarie.
    Credo che per capirla o almeno empatizzare con la poesia non bisogni chiedersi come capirla. Credo bisogni lasciarsi trasportare.
    … forse un giorno sarò pronta.

  3. Mi piace la tua idea di poesia e la condivido, ma in ciò che hai detto, non ci sta dentro anche la prosa? Ma perchè i letterati complicano sempre le cose? Non potremmo chiamare la poesia e la prosa, semplicemente “una successione di emozioni”?
    Secondo me stiamo disquisendo sul sesso degli angeli, ma sai perché ho lanciato la provocazione? Perché al corso suddetto avevo presentato Stazione Centrale, credendola una poesia, e il prof. (docente di letteratura e critico di chiara fama) mi ha detto che non è affatto una poesia. Senza però darmene una definizione (roba da matematici, avrà pensato). Forse aveva ragione. In effetti, io ero intenzionato a scrivere un racconto, ma così mi è venuto.
    E dato che siamo in tema voglio approfittare della tua ospitalità per lasciarti “L’Elvira” un’altra successione di emozioni che qualcuno ha definito un rep. Ma io di queste cose moderne non me ne intendo.
    Tu cosa ne dici?

    Stazione Centrale

    Marmi, vetrate, freddo.
    Natura inerte, senza terra né fiori, senza sole né nuvole.
    Cattedrale senza divinità.

    Gente elegante.
    Gente occupata a rincorrere il tempo.
    Gente decisa, che sa dove andare.

    Giovani, felicità, avventura.
    Progetti, amore, tenerezza.
    Bambini, forse.

    Frastuono di annunci.
    Etnie straniere e facce paesane.
    Lingue che non conosco.

    Silenzi di gente ricca, annoiata e sazia,
    di borse di plastica trascinate da resti di umanità,
    di mogli che seguono mariti stanchi di esserlo.

    Io non devo partire.
    o non aspetto nessuno.
    Io non conosco nessuno.

    Lei ha un violino accanto a sé.
    Nei lineamenti sottili, dolcezza di bimba.
    Negli occhi profondi, ardore d’artista.

    Forse ha pianto.
    Io la guardo e sorrido.
    Ha pianto, ma le sfugge un sorriso.

    Forse aspetta un treno.
    Asciuga le lacrime, mi guarda e sorride.
    Forse, non aspetta nessuno.

    Una moltitudine mi travolge.
    La cerco tra la gente.
    Forse è partita.

    Lui scende dal treno.
    Lei lo abbraccia.
    Mi guarda e sorride.

    Mi guarda, e sorride, ma se ne andrà con lui.
    Se ne andrà e io non potrò amarla.
    Se ne andrà e io non potrò ascoltare le note del suo violino.
    —————————————-
    L’Elvira

    Sono stanco perplesso, confuso depresso,
    la noia mi prende, l’ansia si accende
    mi sento avvilito, affranto umiliato;
    voglio farla finita… dopo tutto… l’Elvira è sparita.

    Mi confonde la mente un pensiero assillante:l
    a gente mi snobba, nemmeno mi caga
    pure quella che prega, di me se ne frega.
    Che senso ha la vita?… meglio farla finita.

    Io non ho mai rubato, truffato, abusato.
    Per i miei errori, con Dio ho patteggiato;
    “tu sei un perdente”, mi dice la gente.
    Voglio farla finita… tanto… l’Elvira è partita.

    Mia madre mi voleva avvocato, dottore o ingegnere,
    e invece son qui squattrinato.
    Mi sento sconfitto e dico addio alla vita…
    magari più tardi… ora c’è la partita.

    Chiudo gli occhi un istante e mi vedo morente
    poi… Dio mio NO, la camera ardente,
    la luce soffusa, mia madre accorata,
    qualcuno che bussa;
    mo veh…l’Elvira è tornata.

    “Lui lo ha fatto per me”, sta pensando l’Elvira;
    Lei singhiozza, dispera e si crede la sola…
    Sì, certo, l’ho amata, forse un po’ trascurata,
    talvolta tradita; ma allora… perché mai è tornata?

    Ernesto la guarda, ne coglie il lamento,
    intuisce la pena, comprende il tormento,
    le sorride, l’abbraccia, la vuol consolare,
    ma io lo conosco… la vorrebbe sco… sposare.

    Alcide sorride, ma è triste, si vede,
    “la vite è malata, il grano è perduto,
    perfino il fieno s’è tutto bagnato;
    che anno sfigato! diobono… è sempre piovuto!”

    Carmela racconta che la figlia Annunziata,
    ha mollato il moroso ch’era quasi sposata,
    “vuol rifarsi una vita, la sciagurata
    e in men di due mesi… già si trova inguaiata”.

    Poi c’è un tipo speciale: è il mio principale.
    Era un atto dovuto, per anni ho taciuto,
    nemmeno col clero ho parlato del “nero”,
    lui asciuga una lacrima ma in cuor suo è contento…
    per forza… risparmia l’aumento.

    Questo gran temporale mi riporta al reale
    e cancella l’immagine del mio funerale,
    mi scuoto dal sogno, ritorno alla vita;
    però… vacca boia… l’Elvira è svanita.

    Ma chi se ne frega di Lei e della gente
    che addita, che accusa, che parla di niente
    E io, lì a pensare di farla finita.
    Che scemo che sono; ma… che ingrata è la vita.

    Spero sol che domani sia un giorno migliore
    che il cielo mi ascolti, che sboccin le viole
    che il sole risplenda sull’acqua piovana
    che torni l’Elvira… ormai troppo lontana.

    La notte è profonda e mi sento un po’ strano,
    attizzo il camino, una birra, il divano;
    l’Elvira è scomparsa, l’angoscia è sparita,
    ma cazzo!… la partita!
    Adesso è ormai tardi… purtroppo è finita.

  4. Scusa la lunga attesa! sono una pessima padrona di casa!
    per prima cosa ti dico che Rep si scrive Rap (solo per dovere di cronaca, ovvio).
    Come seconda Considerazione devo dirti che mentre leggevo “L’Elvira” mi sono ‘accesa’ nella testa una base rap e me la sono messa come sottofondo. Davvero fico l’effetto finale (ho detto fico perchè è una parola da giovani come rap). Va beh, scusa la battuta.
    L’ultima cosa che vorrei capire è: in base a quale principio il Dott. DiChiaraFama ha affermato che la tua non era una poesia?
    La poesia è talmente intima che non può essere limitata a strutture predefinite… secondo me lui là era pieno di sè. Pieno d’aria, però.

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