Il mistero del redattore scomparso

Giovedì23 Aprile ho ricevuto una mail da parte di un amico che mi allegava l’articolo che tra poco incollerò qui sotto. Premetto che, siccome alla fine della e-mail sono presenti tutta una serie di codici penali e civili da rispettare, per non infrangerne nessuno o andare incontro a spiacevoli denunce, ho deciso di telefonare direttamente al giornale di Sicilia per chiedere l’autorizzazione alla pubblicazione.

Ho ricercato i numeri dalle pagine bianche, ho telefonato a Palermo (il primo della lista nella pagina) dove non mi ha risposto nessuno), così ho telefonato alla redazione di Catania. Finalmente qualcuno ha riposto al telefono così ho potuto chiedere:

– Salve, mi è arrivata una mail che racchiude l’articolo di un vostro collaboratore a proposito del terremoto in Abruzzo. Vorrei chiedervi il permesso di pubblicarlo sul mio blog.

– Come scusi?

– Ho detto: mi è arrivato un articolo di Giacomo di Girolamo, un vostro collaboratore, vorrei pubblicarlo, posso?

– Non lo conosco questo.

– Beh, magari è di un’altra redazione…

– No, io li conosco tutti… quella è una bufala. Lasci stare signorina.

– … ma è sicuro?

– Si, si, lasci stare. E’ una bufala.

– …

Giacomo Di Girolamo non è stato riconosciuto in qualità di collaboratore ma spero che non si offenda se abbiamo deciso di pubblicare comunque il suo articolo, dato che lo troviamo molto intelligente ed in grado di pungolare gli animi dei lettori. Eccolo qui:

“MA IO PER IL TERREMOTO NON DO NEMMENO UN EURO…”
(di Giacomo Di Girolamo, redattore del Giornale di Sicilia)


Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi
raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia
suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario,
senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a
nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò
nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti
alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a
famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.


Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei
calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi
hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte
in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che
questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da
italiano, io possa fare.


Non do un euro perché è la beneficenza che rovina questo Paese, lo
stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne
combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi
slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non
voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficenza,
fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino,
a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e
offriamo)una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.


Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi
coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo.
Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci
sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la
protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la
Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si
rivolgano Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che
dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero
farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una
classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma
proprio nulla, che non sia passerella.


C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a
visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli
altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha
parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei
cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha
letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?


Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve
essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco
come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.


Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura
Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che
“in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva.
Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di
politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete
responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme – da
generazioni – gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla.
Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le
amnesie di una giustizia che non c’è.


Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che
ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto
Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo
euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono
eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle
popolazioni terremotate.


Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano,
e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.


Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre
come prima?  Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un
euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle
scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di
penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante
non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.


Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più
popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio
che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza
rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7
milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne
una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non
il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O
ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.


Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche
l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla,
se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato
gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta
sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone,
ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per
quella bestialità che avevano detto.


Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa
succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i
furbi.
E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta
e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non
parlare d’altro,ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche
quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come
l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.


Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se
solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare
gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli
dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum.
Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi
monta sempre più rabbia.


Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia
rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto
di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che
diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe
successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol
Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria
fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare
all’atto pratico.


E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel
frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come
Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li
hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di
noia.  Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico
il diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.
Giacomo Di Girolamo

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Elly

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