Il mistero della macchina grigia

Incontro di lavoro, ci vado in macchina.

Tengo a precisare che non è mia, ma della padrona di casa che –oltre a portarmi il brodo di cappone quando sono febbricitante- mi fa usare un sacco di cose sue, tipo la lavatrice e il giardino, ah! e mi compra anche la frutta.

Bon, la magnifica padrona di casa mi presta l’auto per andare a questo benedetto incontro di lavoro, arrivo, cerco un parcheggio tra gli otto milioni di vetture, lo trovo, lascio la macchina facendo piiip con la chiave per assicurarmi che sia chiusa (icona lucchetto chiuso), entro nello stabile e cerco la persona con cui ho appuntamento.

Si presenta una giovinetta ricciuta e congestionata che mi fa vedere i luoghi in cui devo tenere i corsi per gli studenti della fabbrica –si sono iscritti per imparare l’italiano, ovviamente-  mi dice che verrà ad accogliermi al mio arrivo e che non devo preoccuparmi se la soglia di attenzione è bassa, sono solo operai.

– In che senso, scusi?

– Beh, non hanno un grande livello di studi, sa. Sono tutti alla catena di assemblaggio; sono come dei bambini… bisogna pensare a delle attività ludiche, non troppo difficili. Siamo stati molto accondiscendenti con loro, noi (dell’azienda) gli paghiamo il corso e loro rinunciano alla pausa. Ognuno deve fare degli sforzi, vede.

Annuisco con una faccia di gesso delle mie, pensando che è un vero peccato che non ci sia nessuno dei bambinoni ad ascoltarla, io le avrei strappato gli occhi così, giusto per mettere le cose in chiaro, poi se ne poteva pure discutere.

Dopo questo mirabolante incontro con la damina boccoluta esco e vado verso il parcheggio per tornare a casa e fare una doccia per lavarmi via quella sensazione di sudicio che ho addosso. Schiaccio il bottone con l’immaginina del lucchetto aperto e cerco la macchina. Il problema è che ricordo solo che è grigio chiaro, non troppo grande.

Se volete posso fare una digressione su quanto me ne infischi delle automobili, delle marche, di qualsiasi cosa oltre la radio ed il riscaldamento ma credo che vi siate già fatti un’idea. Avanzo lentamente cercando di richiamare alla memoria il logo. Mi pare sia tondo. Sì, è tondo, ne sono certa. Schiaccio ancora i lucchettini –alternandoli- per vedere se le luci si accendono e mettere fine alla mia inettitudine. Niente.

Ah, eccola. Vado e apro la portiera, faccio per entrare. No, non è la mia. Questa è troppo pulita. Il logo non è nemmeno quello giusto, questo è tipo un fungo.

Chiudo con cautela e mi guardo intorno sperando che nessuno mi abbia vista, pare di no.

Lucchetto aperto-chiuso-aperto-chiuso-aperto-chius…eccola! Logo rotondo con la W, yeah.

Salgo tutta orgogliosa (di che?) e me ne torno a casa con lo stereo a palla, giusto per sentirmi meno scema.

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