Et bien, voilà

Et bien voilà, ancora qui, sempre più domande e sempre meno risposte.

No. E’ passata la fase del “perché siamo vivi”, fuori moda – fuori tempo. Era anche un gioco a premi di Non è la Rai. Telefonavi e dovevi dire a Ambra la risposta.

Mai saputo quale fosse.

Probabilmente perché non guardavo Non è la Rai.

Le mie tenere illusioni di sono sgretolate negli ultimi anni (quanti? Ho smesso di contarli. Probabilmente tutti quelli dopo avere smesso con gli amici invisibili) e ancora oggi –nonostante lo scottante proposito di non pormi più questioni, fallito e fallace – mi meraviglio di ritrovare macerie fumanti al posto di castelli d’avorio. L’avorio non dovrebbe fumare.

Ho lasciato cadere le minuziose indagini che dovevano svelare tutti i retroscena del modus vivendi che avrebbero permesso il mio dominio sugli uomini e sulle cose.

Terminate le inquisizioni spagnole di carattere sociale nel quale si cerca una coerenza a tutti i costi; sempre andata disarmata. Senza maschera. Un bandito in borghese.

E poi cosa resta?

Il compromesso.

Perché se c’era una cosa bella della mia giovinezza era l’integrità. C’erano gli assoluti, le verità – V E R I T A ‘ – . Tutto il resto era menzogna borghese, obbligo ed accettazione passiva di regole dettate da altri, in altri tempi, in altri luoghi. Ci si vestiva di bandiere mentre con i denti stringevamo parole più grandi.

E tutti mi guardavano come una bestia strana, perché non m’interessava fingere, non volevo acconsentire.

Ancora oggi vivo dell’eco di quella fama; una gloria senza macchia. C’era aria, c’era sole, si poteva essere fieri. Ero invidiosa delle ragazze in crinolina che sorridevano ma pensavano a tutt’altro, e dei regali brutti per cui si ringrazia con un sorriso, e dei “come stai?” senza ascoltare la risposta. Osservavo questi perfetti prodotti sociali non senza stupore. “Ma come si fa?” Come si fa.

Poi arrivano gli anni e con essi la stanchezza.

Poi arriva la stanchezza e con essa gli anni.

Non saprei dire.

Improvvisamente tutta la forza e la libertà diventano faticose, faticose, non si vuole più essere sempre riconosciuti. Non si ha più voglia di essere diversi perché lo abbiamo capito troppo bene, di esserlo.

Adesso vorrei solo un posto dove sparire in mezzo a tutti, essere un invisibile topo tra i topi. Così, giusto perché se sparano nel mucchio non è detto che mi becchino. Non perché mi sia particolarmente cara la pelle, è solo perché ho scoperto che il mimetismo è quasi più divertente dell’essere veri.

Ma mi stanca a anche questo au bout d’un moment.

Non penso possa esserci di peggio dell’ hic et nunc, ma mi aspetto sorprese.

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Fertur Aeneas

Ieri è morto il nipote di mia nonna. Uno dei nipoti, perché erano 13 tra fratelli e sorelle e si può immaginare cosa possano fare dei lombi sani ed un boom economico.

Mi è stato annunciato con un messaggio sul cellulare da mia madre: è morto Enea.

Mia madre non ha mai capito l’importanza delle convenzioni sociali. Un buongiorno è morto Enea sarebbe stato decisamente meglio.

Questa cosa mi ha un po’ sconvolto. Non che conosca tutti i parenti di mia nonna (che tra parentesi sono più di settanta) ma lui me lo ricordo bene perché c’ero andata in vacanza insieme. Eravamo partiti per il lago mia nonna, mio fratello, Enea ed io, perché sua madre era appena morta ed i miei avevano pensato fosse un atto caritatevole portarlo con noi. Mio nonno non andava mai più lontano di venti chilometri da casa perché gli piaceva restare nel podere, così ci portava sempre lei – nonna paterna- la quale sosteneva con orgoglio di avere il dono di essere bassa.

Dono che ho ereditato insieme alla couperose.

Ricordo che avrò avuto più o meno dodici anni e che ero decisa a fare del mio meglio per rendergli la vacanza piacevole. Solo che non riuscivo a comunicare con lui: borbottava sempre fra sé e non “diceva” mai niente. Stava sempre in disparte con occhi persi.

Ho chiesto, dopo alcune settimane dal rientro, perché fosse così strano e lei rispose che era normale che fosse così perché sua madre aveva cercato di ucciderlo quando era piccolo.

Da allora ho sempre cercato di immaginare cosa si prova, cosa resta dentro di te, dopo che tua madre cerca di ucciderti e tu lo sai.

Era stata mia nonna a fermarla, sul bordo del pozzo nel quale cercava di ficcarlo a forza.

“Lo vuoi lavare, Gioconda?”

Lei lo aveva semplicemente ripreso in braccio e riportato in casa, poi non se ne era più parlato.

“Ma nonna, allora era pazza” avevo commentato scioccata

“Sì, era pazza”

“Ma non potevate metterla in ospedale?”

“Ce l’avevamo messa, ma poi la rimandavano a casa. E poi, dopo non aveva più cercato di ucciderlo”

“Ma era diventata pazza a un certo punto oppure era già matta prima?” Io sono sempre stata affascinata dalla deformità.

“Era pazza anche prima, è sempre stata pazza”

“Ma, scusa, allora perché tuo fratello l’ha sposata?”

E qui posso affermare con decisione che già il mio cervello di dodicenne, grazie alla risposta ricevuta, aveva improvvisamente e definitivamente compreso che tutto quello che l’umanità aveva fatto fino ad allora, i millenni di evoluzione e perfezionamento, la ricerca e l’innovazione, il teatro, la musica, le scuole, gli ospedali, la bomba H e la cura per il cancro, il cibo bio, gli animali da compagnia, il cinema e la letteratura, la razza umana  sarebbe stata condannata ad estinguersi nel peggior modo possibile.

“Perché era bellissima” mi ha risposto.

Non potrò mai sapere cosa si prova quando la tua stessa madre prova ad ucciderti. Ma ho visto cosa si diventa. Era praticamente golem che invecchiava, qualcuno fuori dal mondo che non ne avrebbe mai fatto parte e neanche lo desiderava. Faceva tutto quello che facevano gli altri ma con quel modo in cui lo fanno i condannati, senza piacere e solo per sentirsi parte di qualcosa che ti rigetterà sempre.

Un’altra cosa che mi ha sempre turbata sono i nomi che avevano scelto nella famiglia della nonna. Nomi di divinità latine e greche. Figli, nipoti, bisnipoti.

Sono convinta che sia per questo che Dio non li ha mai trovati.

Musa, ricordami le cause, per quale offesa divina,

o dolendosi per che motivo la regina degli dei condannò l’uomo

insigne per la pietà a passare tante disgrazie e ad affrontare

tante fatiche. Così grandi sono le ire nelle anime dei celesti?

(Eneide, vv 8-11)

 

 

Caccia al tesoro con Umberto Eco

Umberto Eco, recentemente scomparso, scrive al nipote a proposito del valore della memoria; non solo storica ma sociale ed umana.

Chiedersi il perchè delle cose é un buon esercizio per restare vivi, vi invito vividamente a fare altrettanto.

Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene – a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove.

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