Midnight spring dream

When you’ll leave the red city

Every wall will fade away

In the warm wind we used to stay.

Towers and churches must join the ground

Whistling breeze, from where there’s no sound.

And there’s no if in when

For everything have to end.

Houses and streets, whole world

Tourning down

Haunted past for a feeling so vast.

Will you name a mountain after me?

Or a cliff, maybe?

I don’t know what to say

You’re flattering me

While you’re turning me away.

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Dellamorte dellamore

C’è gente, brava gente, che sa che l’amore non dura per sempre.

Che conviene accasarsi, trovare qualcuno che si prenda cura di te, che ti aspetti a casa, senza che si crei tutto quel pavoneggiante apparato di sentimenti alimentati dai propri e personalissimi ideali romantici.

Amore materno, amore divino, amore carnale, amore disperato amore urlato amore creduto perso e ritrovato. Amore che spera, amore che langue, amore che prega, amore esangue. Amore gioioso, amore volante, amore di re che è amato da un fante. Amore di figlio, amore di nonno, amore che vive soltanto nel sonno. Amore lontano, amore vicino, amore che trema vicino al camino. Amore pauroso, amore violento, amore che vuole, amore scontento. Amor che sussurra, accanto ad un orecchio: “vorrei solo che…” ma ormai è troppo vecchio.

Ma non divaghiamo.

Sto seriamente considerando l’idea che le relazioni più felici siano quelle basate su un contratto in cui si sa esattamente cosa aspettarsi, nel quale non ci sono sorprese né delusioni, in cui si sa esattamente quello che si deve fare. Potete chiamarli matrimoni combinati, se volete. Oppure unioni di interesse.

Ci sono un sacco di nomi, uno per ogni cosa che l’uomo ha ipotizzato. C’è un nome anche per l’amore come potete vedere, ed una definizione sul vocabolario che ve la spiega, se volete.

Il problema è che tutta questa gente che è passata  con un lieve scalpiccio, questi pittori, questi scalcagnati musicisti e questi scribacchini dal gomito pesante, ci hanno perso talmente tanto tempo sopra, all’amore, da renderlo qualcosa di perfettamente sfuggevole. Da renderlo evanescente ed doloroso, alto e basso. Lo hanno idealizzato e disprezzato. Lo hanno fatto coincidere col sesso. Lo hanno disilluso ed esaltato come solo si può fare con qualcosa di cui non conosciamo minimamente il funzionamento ma che ci dilettiamo a contemplare incantati, come quando la ballerina ruota su uno specchio magnetico al suono metallico di una ruota punzonata.

Non mi interessa sindacare su cosa è, l’amore. Né di dire cosa ne penso io.

Non in questa sede, almeno.

Volevo condividere questa idea. La certezza, cioè, che ci sono molte persone di senno intorno a noi che riescono a vivere una vita perfettamente normale, una vita basata su un contratto –formale o meno che sia- ed a cavarsela senza troppi lividi.

Volevo dirvi che c’è speranza per tutti, se vi accontentate.

 

XI

– Combien dureront nos amours ?

Dit la pucelle au clair de lune.

L’amoureux répond : – Ô ma brune,

Toujours, toujours !

Quand tout sommeille aux alentours,

Élise, se tortillant d’aise,

Dit qu’elle veut que je la baise

Toujours, toujours !

Moi, je dis : – Pour charmer mes jours

Et le souvenir de mes peines,

Bouteilles ; que n’êtes-vous pleines

Toujours, toujours !

Mais le plus chaste des amours,

L’amoureux le plus intrépide,

Comme un flacon s’use et se vide

Toujours, toujours !

Ch. B.

Ringraziar voglio il divino – Gracias quiero dar al divino

Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare,
per la ragione, che non cesserà di sognare
una mappa del labirinto,
per il volto di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il duro diamante e l’acqua libera,
per l’algebra, palazzo di perfetti cristalli,
per le mistiche monete di Angelo Silesio,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per il fulgore del fuoco
che nessun uomo può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giorni del 1955,
per i rozzi mandriani che nella pianura
spronano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultimo giorno di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo si dissero
da una croce all’altra croce,
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemoriali
che convergono in me,
per la lingua che, secoli fa, parlai in Northumbria,
per la spada e l’arpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di quanto non sappiamo,
per la musica verbale d’Inghilterra,
per la musica verbale di Germania,
per l’oro che splende nei versi,
per l’epico inverno,
per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos,
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso di bronzo,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan,
per il mattino in Texas,
per quel sivigliano che compose l’Epistola Morale,
e il cui nome, come avrebbe preferito, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo
scrissero tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per l’abitudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci dà l’illusione di un principio,
per la notte, le sua tenebra e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi che già scrissero questa poesia,
per il fatto che la poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e varia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché ci metteva tanto a morire,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
quei due tesori occulti,
per gli intimi doni che non enumero,
per la musica, misteriosa forma del tempo.

*  *  *

Gracias quiero dar al divino

laberito de los efectos y de las causas

por la diversidad de las criaturas

que forman este singular universo,

por la razón, que no cesará de soñar

con un plano del laberinto,

por el rostro de Elena y la perseverancia de Ulises,

por el amor, que nos deja ver a los otros

como los ve la divinidad,

por el firme diamante y el agua suelta,

por el álgebra, palacio de precisos cristales,

por las místicas monedas de Ángel Silesio,

por Schopenhauer,

que acaso descifró el universo,

por el fulgor del fuego

que ningún ser humano puede mirar sin un asombro antiguo,

por la caoba, el cedro y el sándalo,

por el pan y la sal,

por el misterio de la rosa

que prodiga color y que no lo ve,

por ciertas vísperas y días de 1955,

por los duros troperos que en la llanura

arrean los animales y el alba,

por la mañana en Montevideo,

por el arte de la amistad,

por el último día de Sócrates,

por las palabras que en un crepúsculo se dijeron

de una cruz a otra cruz,

por aquel sueño del Islam que abarco

Mil Noches y Una Noche,

por aquel otro sueño del infierno,

de la torre del fuego que purifica

y de las esferas gloriosas,

por Swedenborg,

que conversaba con los ángeles en las calles de Londres,

por los ríos secretos e inmemoriales

que convergen en mí,

por el idioma que, hace siglos, hablé en Nortumbria,

por la espada y el arpa de los sajones,

por el mar, que es un desierto resplandeciente

y una cifra de cosas que no sabemos

y un epitafio de los vikings,

por la música verbal de Inglaterra,

por la música verbal de Alemania,

por el oro, que relumbra en los versos,

por el épico invierno,

por el nombre de un libro que no he leído: Gesta Dei per Francos,

por Verlaine, inocente como los pájaros,

por el prisma de cristal y la pesa de bronce,

por las rayas del tigre,

por las altas torres de San Francisco y de la isla de Manhattan,

por la mañana en Texas,

por aquel sevillano que redactó la Epístola Moral

y cuyo nombre, como él hubiera preferido, ignoramos,

por Séneca y Lucano, de Córdoba,

que antes del español escribieron

toda la literatura española,

por el geométrico y bizarro ajedrez,

por la tortuga de Zenón y el mapa de Royce,

por el olor medicinal de los eucaliptos,

por el lenguaje, que puede simular la sabiduría,

por el olvido, que anula o modifica el pasado,

por la costumbre,

que nos repite y nos confirma como un espejo,

por la mañana, que nos depara la ilusión de un principio,

por la noche, su tiniebla y su astronomía,

por el valor y la felicidad de los otros,

por la patria, sentida en los jazmines

o en una vieja espada,

por Whitman y Francisco de Asís, que ya escribieron el poema,

por el hecho de que el poema es inagotable

y se confunde con la suma de las criaturas

y no llegará jamás al último verso

y varía según los hombres,

por Frances Haslam, que pidió perdón a sus hijos

por morir tan despacio,

por los minutos que preceden al sueño,

por el sueño y la muerte,

esos dos tesoros ocultos,

por los íntimos dones que no enumero,

por la música, misteriosa forma del tiempo.

J.L. Borges