Il Principe Ranocchio

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parte 2 di 2

 

… Quando la principessa riaprì gli occhi, il cuoricino le martellava nel petto ed il respiro ne sottolineava l’impazienza, tra le sue mani non c’era più il verde e lucido anfibio maculato di giada ma un ranocchio spellato a vivo, con i muscoli e le cartilagini esposte e la sacca d’aria che palpitava indecorosa. La principessa lanciò un grido lasciando cadere l’animale che, emettendo un gracidio impotente si limitò a cadere con un tonfo sordo.

– Ma… ma! Cosa è successo? Oddio! Che cosa sei diventato?

Il ranocchio la fissava dal basso mentre le carni gli bruciavano orribilmente a contatto con l’aria.

– Non lo so…- disse a bassa voce con un’aria affranta (la stessa aria che assumeva quando voleva farsi perdonare un’impertinenza) – non capisco. – Il ribrezzo negli occhi della bambina si stendeva impietoso su quell’ammasso di ossa e sangue freddo, il volto raccoglieva tutto l’orrendo stupore che la sua giovane età le permetteva. – Mi sento bruciare principessa! La mia carne e le mie vene si seccheranno presto se non fai qualcosa!

– Ma cosa posso fare io? Non so cosa… vado a chiamare qualcuno, l’archiatra … o uno sguattero per…

Il ranocchio, addolorato raccolse le ultime forze per dire – No. Portatemi da lei. Saprà cosa fare. Forse… saprà cosa fare ed io non morirò.

– Lei chi? La strega? Dove la trovo? Io non so… ho paura… e non voglio toccarti, mi fai ribrezzo. Non mi sento bene…

– Per favore – la flebile voce era appena udibile a quel punto – prendete un contenitore qualsiasi, una scatola, ed io ci entrerò. Poi mi porterete al villaggio. Dalla rilegatrice.

– La rilegatrice? Ma cosa c’entra la…

– È lei che mi ha trasformato. Ma basta adesso, non fatemi più parlare. Non vedete che non ce la faccio più? – La principessa, combattendo la repulsione che le stringeva la gola fece quanto aveva detto il ranocchio. Docilmente questi entrò nella scatola di latta che ella gli porgeva e che venne immediatamente richiusa sopra di lui. Nel buio di quel contenitore la bestiola sentiva gli artigli di ogni secondo, ogni oscillante minuto che lo separava dalla casa della rilegatrice; provò a pensare a qualcosa, un pensiero felice, un’idea brillante, ma il buio lo circondava e il dolore era troppo forte. Svenne come solo un anfibio può svenire: senza un suono e senza amici.

La piccola mano della principessa si strinse a pugno e batté sulla porta di legno scuro. Attese qualche istante con la scatola che diventava sempre più pesante, i piedini indolenziti per la fretta e il panico la facevano sentire a disagio, come una persona qualsiasi. Nel tragitto dal castello a quella casa dal tetto di pietra si era proposta di sballottare il meno possibile il contenitore per non far soffrire ancora di più l’aberrazione che vi era contenuta, ma aveva poi ceduto alla preoccupazione che l’animale morisse prima che la rilegatrice potesse occuparsene e lei non desiderava affatto vedere una bestia morta, soprattutto una che si era immaginata di trasformare in principe ma che era divenuto un aborto davanti ai suoi occhi colmi di speranza.

Qualche rumore all’interno dell’abitazione faceva presagire l’apertura della porta – Sì? – disse la rilegatrice apparendo sulla soglia. Una ciocca si era ribellata all’acconciatura della donna conferendole un’aria seria e accogliente al tempo stesso, la mano destra era ancora appoggiata sulla maniglia nel momento in cui gli occhi riconoscevano la figlia del Re indagandone la figura. – Signora! – Esclamò la piccola come se un peso le rotolasse via dal petto –signora rilegatrice! Ho qui in questa scatola… le porto un ranocchio che… è tutto spellato adesso, lui mi aveva detto di baciarlo per farlo tornare un principe, che una strega cattiva lo aveva trasformato, che… – grosse lacrime le rotolavano sulle guance mentre spingeva il contenitore tra le mani della donna che, prendendola, la invitò ad entrare e sedersi. Tra singhiozzi e tazze di tè fumante la principessa riprese a parlare – lui… lui mi ha detto di portarlo qui perché probabilmente voi sapevate cosa fare… ma non so, adesso… l’incantesimo è troppo potente, forse morirà se non lo ha già fatto. La rilegatrice alzò leggermente il coperchio per verificarne il contenuto. – Iris. – disse

– Come?

– Mi chiamo Iris. E no, il ranocchio è ancora vivo.

– Siete una strega?

– Non più di quanto lo sia ogni donna. Non c’è nessuna strega cattiva se è questo che state chiedendo, non in questa storia, almeno.

La bocca della piccola si spalancò mettendo in mostra i bei dentini allineati, poi con gli occhi grandi e la voce sottile sussurrò – Io… io non capisco.

– Non c’è nulla da capire, mia cara principessa. Lasciate pure il ranocchio a me, me ne occuperò.

La principessa abbassò gli occhi sulla scatola che giaceva al centro del tavolo senza riuscire a dissimulare una smorfia di discgusto. – Andate, adesso. Sono sicura che è stata una prova molto dura per voi.

– Sì. Grazie, Iris. – la giovane si alzò in piedi e si ravvivò il vestito e l’acconciatura davanti al piccolo specchio accanto alla porta che la rilegatrice aprì silenziosa. Partita la principessa si diresse verso l’armadio di quercia dal quale estrasse una morbida tela di cotone bianco che inumidì nel lavabo, la sistemò con cura sopra una sedia intagliata, aprì la scatola e con delicatezza ne estrasse il ranocchio per deporlo subito dopo tra le pieghe fresche e umide – Guarda come ti sei ridotto – gli disse, sospirando triste alla vista di quella creatura dall’aspetto meschino. Il ranocchio si mosse appena, come per segnalare che aveva capito dove si trovava e che aveva riconosciuto la voce della donna. La rilegatrice si dedicò alle attività che aveva previsto per la giornata, il suo lavoro richiedeva molta perizia e non dedicò al ranocchio più del tempo che fu necessario per controllare se respirasse ancora durante le pause che la sua professione imponeva. Giunta la sera, dopo un pasto frugale ed essersi preparata per la notte, Iris tolse il ranocchio dalla tela ormai asciutta e lo adagiò nel letto accanto a sé. Cominciò a leggere ad alta voce una storia racchiusa in una copertina di marocchino rosso, la sua voce giungeva chiara sotto alle coperte dove il ranocchio rannicchiato ascoltava avido il dipanarsi di quella trama avvincente sentendosi bene per la prima volta dopo molto molto tempo. La luce si spense e venne il sonno. Nella luce dell’alba quello che era stato un ranocchio si risvegliò uomo. Iris lo stava osservando all’ombra di un sorriso.

– Ebbene, mio caro. Sei tornato uomo. Contento?

Il ranocchio-uomo si mise a sedere per osservare che tutto fosse come doveva. Si passò la mano sugli avambracci, sul viso, sulle cosce. Si tolse di dosso la coperta per osservare le dita dei piedi che si muovevano secondo il suo comando.

– Finalmente! – Esclamò gaio girandosi verso di lei, gli occhi neri scintillavano meravigliosi – Non pensavo che sarei mai potuto tornare ad essere un uomo!

Iris scosse la testa, a gli si inginocchiò accanto – Ti avevo avvisato che sarebbe accaduto se te ne fossi andato. Tu hai voluto fare di testa tua… e sei tornato ad essere un ranocchio.

– Sono stato umano per qualche tempo, dopo.

– Lo immagino. Sei rimasto umano fino a che non ti sei dimenticato del nostro amore. Poi…

– Non mi sono mai dimenticato del nostro amore.

– Purtroppo i fatti sostengono altrimenti. Il tuo aspetto naturale è quello di un anfibio, lo sai. Quello di uomo ti è stato, come dire, concesso accanto a me.

– Questa è una sciocchezza! Io sono fatto per essere umano. Sono un uomo! Con barba, capelli e tutto, lo vedi tu stessa!

– Mi spiace, no. Forse hai dimenticato. Quando ci siamo incontrati non eri che un ranocchio di stagno, un eccezionale ranocchio di stagno ma niente più di questo. Poi ti ho portato a casa con me perché avevamo parlato così tanto che, mi ero detta, eri una compagnia assolutamente indispensabile. Eri meraviglioso. Intelligente e charmant comme un prince. E poi, un bel mattino, ci siamo sorpresi vedendoti trasformato in uomo. Un bell’uomo, forte e gentile. Ricordi adesso?

– Io mi ricordo di te e del fatto che, quando me ne sono andato da qui, sono diventato un ranocchio.

– È una maledizione. Siamo stati maledetti entrambi. – Iris abbassò la testa, ora sulle sue labbra era rimasta solo un’ombra sporca di baci.

– Non mi pare che tu ti sia trasformata in niente, sei come prima. Come quando ti ho… quando me ne sono andato.

– Oh, sono più vecchia. Più stanca. – Disse lei a bassa voce – E la maledizione mi ha colpita, eccome! Ha segnato tutti e due in modo squisitamente crudele. Io sono stata condannata a non amare nessun altro fuor che te. Da quando te ne sei andato tutti quelli che mi hanno corteggiata sono stati respinti. I miei sentimenti sono diventati impenetrabili, il mio cuore irraggiungibile.

– Maledizione! – Esclamò l’uomo-ranocchio battendo un pugno sul candido materasso di piume, poi girandosi verso di lei proseguì – Ma noi ci vogliamo bene, giusto?

– Ce ne siamo voluti molto, questo è certo. Ma adesso non so più. Il fatto che tu sia ritornato ad essere uomo mi fa credere di sì, ma poi… chissà. Forse è solo momentaneo. – Iris si sedette sul bordo del letto volgendogli le spalle. – Vedremo. Vedremo. – mormorò lui e si mise in piedi in cerca di vestiti da indossare. – Ce ne sono ancora nell’armadio laggiù, nell’anta di destra. – gli disse uscendo dalla camera. Lui scese prudentemente dal letto come per collaudare quel corpo che un tempo era stato suo, si abbigliò diligentemente e raggiunse la rilegatrice in cucina che nel frattempo aveva preparato la colazione. Mangiarono in silenzio, poi lei si mise al lavoro mentre lui si accomodò su una poltrona accanto alla finestra luminosa abbandonandosi alla lettura.

– Credo che andrò a fare una passeggiata, – disse alzandosi – voglio vedere se qualcosa è cambiato nel villaggio, se ci sono novità.

Iris alzò lo sguardo, sorrise leggermente e si rimise a punzonare le pagine che stava preparando. Molti pensieri si rincorsero nella sua mente in quelle ore solitarie. Si chiese se avesse fatto bene ad accogliere di nuovo il suo amore dopo che lui l’aveva abbandonata così, senza una parola e senza rimorso. Si domandò a quante altre ragazze avesse rivolto parole affettuose, a quante si era dedicato mentre lei era rimasta con il cuore pesante senza sapere se l’avrebbe rivisto mai più. Senza capire perché era andato via dopo che aveva affermato d’amarla così intensamente. Oh, ma la gioia che aveva provato nel ritrovarlo! Quando la principessa era arrivata proponendole quella scatola lei aveva capito immediatamente! E la promessa di ricominciare ancora! Come poteva provare così acutamente un desiderio che non sapeva nemmeno di avere? Cosa fare adesso? Cosa doveva fare? Certo non poteva più permettersi di soffrire così. Non poteva più permettergli di farle del male. Doveva essere forte, doveva trovare una soluzione.

– Sono tornato! – Richiuse la porta e la baciò delicatamente. Lei si abbandonò a quelle labbra calde che l’avevano sempre portata in luoghi meravigliosi e si mise a preparare la cena. Mangiarono davanti al fuoco scoppiettante del camino, tutto era caldo, tutto era perfetto. Sembrava che gli anni in cui erano stati separati non fossero mai trascorsi, che finalmente ogni cosa fosse come doveva essere: sorrisi e sguardi complici, parole e carezze, pensieri e propositi.

Giunse l’ora di coricarsi ­– Domani andremo a fare una passeggiata insieme – propose il suo principe ranocchio – ho scovato un bellissimo negozio di libri antichi, sono sicuro che ti piacerà – Lei gli sorrise dolcemente baciandolo sulle palpebre ­– D’accordo, è deciso allora. – Gli rispose.  Soffiò sulla candela e la camera venne avvolta dalla luce polverosa del cielo notturno. Il silenzio che precedeva il sonno cedette al respiro regolare di un uomo felice e Iris, in punta di piedi, andò a prendere il punzone che aveva lasciato sul tavolo da lavoro. Dieci centimetri di acciaio finissimo impedirono al sole di spuntare ancora su di lui, che non si accorse del fiore rosso che gli era sbocciato sul petto, lei si accomodò tra le sue braccia e lo seguì.

E vissero per sempre felici e contenti.

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La stagione degli amori in Francia (e poi dicono degli italiani…)

Quando torno in Italia mi sento chiedere spesso con aria maliziosa …allooora, questi uomini francesi? Quasi sempre rispondo storcendo la bocca o con un Mhf!

Nel Bel Paese kinopoisk.ruc’è il mito dell’accento, del romantico approccio al tramonto sugli champs Elisées, della rosa fra i denti e del berret sulle ventitré. Non voglio certo sfatare queste convinzioni, quello che posso fare però é darvi un’idea di quello che ho scoperto io a proposito del “sesso forte” dopo tre annetti passati qui.

Prima di tutto ho constatato che, contrariamente ai cani ed alle donne sposate, i maschi francesi sono arrapati tutto l’anno: se sei in un luogo pubblico e il tuo sguardo incrocia quello di un uomo per più di due volte, stai pur certa che il merlo in questione verrà a beccarti in mano. Stessa cosa se sei un abitudinario di cinema, parchi o teatro (c’é addirittura quelche sciagurata che si siede sempre allo stesso posto) e questo non fa che stimolare il virile interesse che, avanzando di fila in fila e successivamente di poltroncina in poltroncina, arriverà casualmente accanto alla tua ingaggiando una conversazione ammiccante con la quale sottolineerà tutte le volte che ti ha visto chiededoti di parlargli dei films che ti sono piaciuti. Ma questi sono solo alcuni esempi, credo sarebbe meglio passare alle cose fatte bene e descrivervi le categorie nelle quali ho inserito i testosteronici personaggi di questa gloriosa hit parade:

Le chasseur (il cacciatore): ti preda all’aria aperta, mentre stai passeggiando da sola (o con il cane e, a meno che non sia un cane dai denti a sciabola, il cacciatore non desisterà). Comincerà a fischiettare o a fare rumori con la bocca per richiamare la tua attenzione e se ti giri verso di lui (sorridendo o meno, non importa) si sentirà in diritto di venirti a dire quanto sei carina e chiederti se vuoi bere un caffè; se non bevi caffé ti proporrà un té, una birra, un cocktail, l’acqua del rubinetto, il sangue di Cristo, finché non ti stizzisci e semplicemente te ne vai. La prima volta sono stata colta di sorpresa, la seconda mi sono detta che non dovrei essere così curiosa, la terza che dovevo ricordarmi della seconda, la quarta e la quinta sono state molto dure, poi ci fai l’abitudine. Età media: sulla trentina.

Le blond (il biondo): contrariamente al cacciatore, il biondo (che non é sempre realmente biondo ma rende l’idea del maschio tirato e belloccio) rimorchia negli spazi chiusi o semiaperti; ingaggia con te una serie di sguardi, aspetta che tu abbia qualcosa da bere in mano poi avanza verso il tavolo a mezzo sorriso con il suo drink, cercando di sembrare attraente. A volte ci riesce. Età? tra i 24 e i 50.  Il biondo é solitamente una specie di Leonard Zelig della situazione: adattabile e accondiscendente; se tu sei italiana (esempio a caso), lui adora l’Italia, gli spaghetti, la pizza e il mandolino, se suoni la batteria (mi capita di dire delle immonde cazzate giusto per vedere cosa si inventano) comincia a tamburellare le dita sul tavolo come un consumato Keith Moon, se ami il cinema ti chiede quale é il tuo regista preferito e così via. Il modo per sbarazzarsene può essere duplice: scortese o subdolo. Scortese come rifiutare che ti accompagni a casa o ti offra ancora da bere, subdolo se gli lasci il numero sbagliato. In entrambi i casi non ci saranno conseguenze, se vi rincontrerete farà finta di non vederti e/o riconoscerti.

Le jeune (il giovinotto), anche conosciuto come Toy boy: come potete immaginare dal nome della categoria rappresenta la fascia d’età 19-27 e non ha alcun problema a rimorchiare ragazze plus agée. Normalmente appare durante la stagione calda, come se fosse stato ibernato durante i mesi invernali o, più probabilmente, attendeva gli fosse spuntato qualche pelo sulla faccia prima di lanciarsi in deliziose conversazioni da rimorchio. Il giovinotto è simpatico e molto, molto, vivace. Nel giro di qualche minuto ti ha già invitata alla festa dell’amico, al rave in campagna, alla discoteca vicina, a bere qualcosa con i compagni di corso, ad una partita a strip-biliardo. Una girandola di sconvolgente novità. Le jeune richiede parecchia energia e poco sonno, se volete cimentarvi nell’impresa. Vi prevengo che “la mattina dopo” lui riuscirà ad andare a scuola o al lavoro senza fare una piega, voi decisamente NO.

L’intello (l’intellettuale): di solito frequenta luoghi come librerie, biblioteche, convegni. L’intello si approccia solitamente come un simpatico e versatile essere umano dall’aria disinteressata e cortese. Niente di più falso. L’approccio dell’intellettuale –che appartiene ad una fascia d’età superiore ai 35 anni- ha la caratteristica di essere apparentemente legato al fato. Raccoglie un libro che hai fatto cadere, é in fila dietro di te e poi ti aspetta fuori, prende lo stesso opuscolo che stai guardando tu, eccetera. L’intello é affabile, ha un bel sorriso ed usa un deodorante efficace – cosa da non sottovalutare in Francia-, ti convincerà di essere una persona eccezionale (come se ce ne fosse bisogno) e ti chiederà il numero. Tu non glielo darai proponendogli invece un contatto facebook, molto meno invasivo. Comincierà così una specie di corrispondenza fatta di scambi dal sapore culturale (prima) e di inviti più o meno espliciti (poi). Se l’ego contenuto nelle coulottes dell’intello non viene sollecitato questo, ahimé, ti lascerà sempre meno messaggi facendoti credere che sia colpa tua se non ti scrive più. Poi vedi delle foto di lui e una rumena su FB e tutto diventerà più chiaro. L’intello tornerà ciclicamente (come l’influenza e le tasse) variando la strategia e non lasciando nulla di intentato pur di avere la meglio. E per “la meglio” intendo la patata.

Le kamikazé (il kamikaze): devo ammettere che questo tipo di maschio mi è capitato solo una volta ma è stata molto istruttiva. Ero ad un evento sociale poliglotta ed io ero con alcune persone che parlavano inglese tra cui questo uomo sulla cinquantina, ingegnere, che mi racconta di essersi trasferito a vivere in questa città perché si è sposato con una del posto, che suona la chitarra e cose così. Alla fine della serata mi chiede il numero ed io gli do il contatto FB (vedi paragrafo de l’intello ) e qui, qualche giorno dopo, mi ritrovo tra i messaggi un’infuocata lettera d’amore nella quale dice che non fa altro che pensare a me e che il mio ricordo lo tormenta; mi chiede accorato di fare qualcosa, qualsiasi cosa! Tipo dirgli che sono sposata o gay, pur di fargli passare questa passione che lo consuma. Io gli rispondo con un due di picche clamoroso, sicura che sia finita lì. Grave errore! Mi ri-scrive spiegandomi che IO non ho capito bene, che IO sono evidentemente alla ricerca di qualcosa di magnifico nella mia vita MA che quando questa arriva non sono in grado di riconoscerla [applausi].

Per concludere posso aggiungere che l’homme français non ha nessun problema anche se è in coppia, convive, è sposato, ha figli o nipoti: ci prova sempre. Poi forse sono io che non me ne sono mai accorta o che vivo su un altro pianeta, ma i maschi italiani non mi pare siano così. In ogni caso potete usare queste informazioni come più vi piace, di certo potranno esseri utili se prevedete di passare un po’ di tempo qui.

Primo bacio

– Lo sai che tra cinquecento anni gli esseri umani non avranno più le dita dei piedi?

Silenzio. Lui mi guarda e fa scivolare le mani sulle mie spalle staccandosi un po’.

– Ti sembra la cosa gusta da dire mentre sto per baciarti?

-Ah, beh. No. Non so. È che mi sembrava ci stessi mettendo troppo, così ho pensato di riempire l’attesa con una di quelle informazioni che possiamo inserire in qualsiasi conversazione.

– Ma questa non era una conversazione. Era un momento magico.

– Ok, scusa. Pensavo potesse interessarti, magari se giochi a Trivial Pursuit una volta…

Mi guarda. La luce del lampione poco distante arriva fioca ad accarezzarci le guance. Lui è molto più alto di me, devo mettere il naso all’insù per guardarlo. Serata buia e senza stelle, aria umida come al solito. Nessun rumore.

Abbiamo trascorso una bella serata, primo appuntamento dopo una specie di corteggiamento pubblico e privato (sono convinta che sia corteggiamento perché alla fine siamo usciti insieme, ancora oggi devo essere sincera ed ammettere che non capisco bene come funzioni la cosa). Sotto il portone di casa, nel silenzio che solo una notte infrasettimanale può regalare, ecco la notizia riguardante le dita dei piedi che squarcia il velo di pudica attesa.

– Comunque puoi provare a ribaciarmi, eh.

Mi fissa come se volesse dire qualcosa che però gli resta incastrato in gola. Sospiro, mio. Silenzio, suo.

– Adesso non esagerare, non è mica successo niente. Non puoi negare che sia un’informazione interessante.

Comincio a pensare che sia meglio che stia zitta.

Sto zitta.

Niente.

Provo a pensare che dovrei contare le pecore, no, quelle si contano per dormire. Cosa si conta mentre si sta aspettando un bacio?

E poi se per una cosa così non mi vuole baciare, scemo lui. Io non so cosa farci. È lui che ci perde. Quanti secondi saranno passati? Già quindici o forse venti. Sì, però, dai. Cheppalle. Se anche la smetti di fissarmi come se fossi una cosa tutta dolcina, ecco, grazie. Fissami come se fossi una gran gnocca. Tipo da catalogo. Ce la fai?

No, non ce la fa. Ha gli occhi lucidi di chi immagina cose coccolose, un futuro roseo, dei bambini. Ecco, i bambini no. Gliel’ho detto?  Mi sa di no, era il primo appuntamento, forse poteva parere esagetato parlare di figli così, come dal niente, però se mi continui a fissare io sono autorizzata ad immaginare quello che voglio, ti avviso. Lo avviso in silenzio perché non sembra aver colto la gentilezza che gli ho fatto offrendogli l’aneddoto sugli umani del 2530.

Bon, allora che si fa? Restiamo qui ancora molto? Perché io comincio ad aver freddo ai piedi e se mi cadono le dita sarà per l’ipotermia.

– Quindi? – Esclamo un po’ piccata a causa delle recenti scoperte (il fatto che voglia avere dei bambini da me e che non apprezzi la cultura generale).

– Quindi cosa? Cercavo di ricreare l’atmosfera.

Lo guardo altri cinque secondi in silenzio per dargli l’idea che anche io sto cercando di ricreare l’atmosfera. Non mi sembra di riuscirci benissimo.

– Beh, allora io vado, domani lavoro e devo alzarmi presto, sai…

Si riscuote arricciando il labbro superiore. Carino. Abbastanza efficace.

– Ah ah allora buonanotte.

– ‘Notte, gli rispondo entrando nel portone.