La bise -ovvero- come sopravvivere in un ambiente ostile

La bise è il mio incubo maggiore. Venendo da una regione del nord Italia, dove anche le donne devono essere virili e vengono cresciute a ortiche e lotte con orsi bruni e viene considerato un atto di estrema confidenza darsi la mano (perché chissà che c’hai fatto con quella mano, prima), l’idea di baciare qualcuno semplicemente per salutare rappresenta un’agonia.

In Francia, però, ci si avvicina pericolosamente alla promisquità sessuale tanto deprecata da intere nord-italiche generazioni dove l’asettico contegno e il distacco emotivo vengono praticate fin dalla più tenera età.

“Hey, tu, infante! Ergiti immediatamente e smettila di frignare!”

“Ma, madre!” risponde con voce rotta il coraggioso 3enne “il mio ginocchio sanguina come un suino al macello”

“Orsù, figlio. Una pacca sulla schiena e passa tutto”

“D’accordo genitrice, ma preferirei una più intima e personale stretta di mano, così da sentire il tuo calore materno infondermi coraggio”.

Questo, a grandi linee, rappresenta lo spirito con il quale sono stata allevata; non stupisce  quindi il mio orrore verso la pratica barbara e crudele che qui, in tutta la Francia, obbliga persone semi-sconosciute a baciarsi ogni volta che sia arriva da qualche parte, che si incontra qualcuno per la prima volta, che si deve andare via, che si riceve un regalo.

Raccapriccio. In più, non si tratta di un bacio solo, eh no! Si va da un minimo si due ad un massimo di cinque a seconda di dove risiedete, non solo! Esiste anche una deontologia riguardante la guancia dalla quale cominciare. Il “problema della bise” è talmente endemico da avere portato qualche povero pazzo a creare una mappa nella quale viene indicato (regione per regione) quanti baci dare e come comportarsi.

Ecco il link: http://www.combiendebises.com/

Quindi, se ancora non avete rinunciato alle vacanze in Francia, studiatevi la cartina.

 

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Facebook e altre amenità

Devo dire che ultimamente mi faccio sempre più domande riguardo alla tecnologia ed a tutto ciò che essa ha modificato nella mia vita.

Fino a pochi anni fa ero totalmente contraria alla continua evoluzione della telefonia, dei social network, della digitalizzazione a tutti i costi. Ancorata alla mia idea di “bisogna guadagnarsi tutto con fatica” non riuscivo a farmi andare giù le ricerche scolastiche da wikipedia, le ricette spiegate passo passo da you tube, la facilità con cui tutti potevano inviarsi foto subito dopo averle scattate.

Mi dicevo: tutti possono fare tutto, dove e quando vogliono. Tutti saremo uguali, quindi, omologati dalle stesse possibilità e nessuno potrà più emergere dalla massa perchè è speciale. Saremo tutti speciali, quindi tutti ordinari. Un po’ come vivere tutti su Krypton senza poter mai scendere sulla terra.

Un pochino mi sto ricredendo. In parte perchè ho potuto constatare che è comodo poter guardare le mappe in mezzo al nulla quando ci si perde. Un po’ perchè mi piace wazzappare con gli amici per organizzare le cene e le uscite. E’ comoda la tecnologia. E non è poi così vero che le ricette passo passo su you tube le possono fare tutti, serve comunque impegno e costanza per diventare bravi in qualcosa, anche nel fare le foto.

Sicuramente stiamo diventando tutti più egocentrici. Tutti con una gran voglia di arrivare agli occhi degli altri, di apparire per ciò che siamo o che facciamo.

Chi con facebook, chi con twitter, chi con il blog.

Sì devo dire che piace anche a me lasciar andare i miei post nel cyberspazio senza preoccuparmi più di niente se non pensare, ogni tanto, a quante persone leggeranno fino all’ultima riga i miei articoli.

L’unico oggetto di  che continuo a discriminare resta, alla fine, Facebook. Come social network lo trovo spocchioso e terribilmente ego-incentivante.

Mettere continuamente foto, scrivere e aggiornare gli status, fare campagne, lotte sociali, tutto da casa. Tutto e subito.

L’altro giorno sono andata sul profilo di Andre e mi sono messa a cercare vecchie compagne di scuola, vecchi fidanzati, vecchie conoscenze. E tutti era lì, a portata di clic.

Potevo vedere tutte le loro foto, le loro relazioni, cosa pensano, quanto si amano. Terribile. Potevo (e ci ho provato eh!) salvarmi le foto dei loro figli sul pc senza che nessuno potesse fare nulla. E’ raccapricciante. Contando che Andre non è “amico” di queste persone la cosa si fa sempre più grave. Le foto dei propri bambini è una delle ultime frontiere (infrante) della stupidità umana. Potevo essere chiunque, io che guardavo. Mi si è accapponata la pelle. Cosa c’è di più puro e sacro dell’immagine gioiosa di un bambino?  Quando si mettono le proprie foto su internet si perde totalmente il loro controllo è questo su cui bisogna ragionare. Noi adulti possiamo assumercene i rischi, ma i bambini?

Vebbè, si è capito ormai come la penso.

Tutti siamo raggiungibili, quindi, sempre e comunque. Ma raggiungibili non vuol dire ricercati. Vuol dire che potenzialmente ci potrebbero trovare tutti se volessero. SE.

Quando i bambini fanno “oooooh!”*

Avete presente quando sentite dire che i bambini si meravigliano per le piccole cose? Che sono curiosi e che hanno voglia di scoprire tutto ciò che sta intorno a loro? E’ decisamente vero, in effetti.

Certe volte però fanno anche delle domande un po’… non saprei definirle se non con un’alzata d’occhi al cielo. Per farvi capire cosa intendo ve ne scrivo qui un paio che ho ritrovato appuntate su una mia vecchia moleskina da viaggio (ne tengo sempre una con me in caso ci fosse un’ispirazione improvvisa).

Domanda 1:

“Ma come fanno a piangere le persone con gli occhiali?”

(L. 7 anni)

Domanda 2:

(Indicando la cartina politica dell’Italia) “Ma se l’Emilia Romagna è gialla, perchè guardando fuori dalla finestra l’erba è verde?”

( M. 7 anni)

kkkkkkkkkkkkkkkkkk

kkkkkkkkkkkkkkkkkkk

* Ho sempre odiato quella canzone ma credo che sia un titolo azzeccato  per questo post.