Campagna

Questo post parla della campagna intesa come quella verde e aranciata dell’autunno padano sonnacchiosa sotto nebbia e ragnatele argentate nell’aria umida, anche se per me assomiglia più a quella di Russia, per la quale sei partito pensando di essere ben equipaggiato ma dalla quale sei consapevole di non avere la certezza di ritornare sano o (almeno) salvo.

Campagna di Russia padana, quindi.

Niente connessione wifi –se questo post vedrà la luce sarà perché il buon Dio mi ha permesso un rientro in terra franca- niente world wide web né messaggi what’s app. Per comunicare con l’esterno sono costretta a telefonare, il che implica un contatto in prima persona che cerco sempre di evitare, se posso.

Problemi da terzo millennio napoleonico.

Mi sto immaginando perduta nella steppa sconfinata avvolta in un cappotto di feltro blu e con un cappello ridicolo che non tiene nemmeno caldo alle orecchie ma che sei obbligato ad indossare perché altrimenti il caporal maggiore si inalbera e comincia a sputacchiarci in faccia sbraitando tutto congestionato “Dov’è la tua divisa, soldato?”

“Ce l’ho indosso, signore!” urlando altrettanto perché hai cominciato a nutrire il sospetto che sia duro d’udito con tutti quei cappelli che non coprono le orecchie

“Non ce l’hai indosso, la divisa! Sei nudo! Dov’è la tua divisa, soldato?!” E, dato che diventa sempre più rosso e la bava schizza e l’alito ti sta pigliando a cazzotti il naso, pensi che forse sta morendo (dall’odore si direbbe) e quindi fai un grande sforzo di immaginazione per capire cosa intende il caporal maggiore dicendoti che sei nudo nella steppa alla fine d’ottobre dell’anno di Grazia xxxx, pensi che un soldato senza caporal maggiore resta un soldato ma che un caporal maggiore senza soldati (probabilmente morti a causa del costume adamitico fuori stagione) è solo un pirla, quindi rispondi fiero:

“Mi rimetto il cappello, signore?”

“Ti rimetti il cappello! Il cappello è la tua divisa, se non hai il cappello sei nudo! Rimettiti in fila specie di larva schifosa e tieni alto il moschetto!”

Quindi ci rimettiamo l’inutile copricapo docilmente, sistemiamo l’archibugio e ci rimettiamo allineati in fila longobarda sospirando un po’ sconsolati perché, se ce lo avesse chiesto gentilmente gli avremmo chiesto anche scusa, con ogni probabilità.

La steppa non è così male finché non comincia a cadere la neve.

Dal sussidiario delle elementari ricordo che “per steppa s’intente un territorio della Russia settentrionale dal clima secco, le cui estati sono brevi e fresche ed i cui inverni sono lunghi e rigidi. La flora è principalmente composta da muschi e licheni, la fauna consiste in roditori e piccoli mammiferi che si sono adattati alle basse temperature”. Muschi lo sapevo cos’erano, i licheni invece me li sono dovuti immaginare per molti anni fino a quando non sono incappata in un’illustrazione che non posso ritenere esauriente ma che comunque dà un’idea generale se la nostra immaginazione è secca quanto la bottiglia del caporal maggiore. Questa campagna si sta rivelando più lunga del previsto, e pensare che sono qui da circa 18 ore e che c’è stata una notte in mezzo.

La cosa positiva è che ho letto molto e che sto scrivendo.

Per il resto potrei annoverare il fatto che mia madre cucina non male e che oggi c’è il sole. Che la mia camera da letto è provvista di porta chiudibile in modo quasi ermetico e che se non faccio molta confusione forse si dimenticheranno che sono qui. Speranza che si è rivelata vana sin dalle prime luci della mattina quando, in processione, hanno aperto la porta per controllare che stessi veramente dormendo nel letto che è stato quello della mia infanzia campestre, con l’inevitabile conseguenza che mi sono svegliata ogni volta (quattro in tutto) perché ho il sonno leggero e perché in guerra si dorme sempre con un occhio aperto. Oltre a questo si annoti con l’inchiostro rosso che il modo di comunicare in questa magnifica casa di campagna, circondata da vitigni floridi e generosi, è praticamente la stessa del caporal maggiore ma con meno alcool –almeno non da parte di tutti-. Quindi oltre la processione mattutina verso la mia camera ho anche assistito a tutte le dinamiche familiari che si innescano attorno al tavolo della colazione e che effettivamente credo rivestano l’importante compito sociale di far sapere a tutti nel raggio di cinquecento metri che il campo base è attivo fin dalle prime luci. Io, pavida, me ne sono restata sotto alle coperte, sommersa nel caldo conforto di panni ruvidi, sforzandomi di rievocare qualche pensiero felice che mi concedesse una via di fuga. E niente, la steppa sconfinata fa perdere la strada ai ricordi: troppo vasta e ricca di vegetazione confonde le tracce. Fortunatamente mi sono riaddormentata e così è trascorso un altro poco di tempo.

In ogni caso, segnamo nel registro che questa mattina si è discusso: della mancanza di carta igienica al primo piano (che a quanto ho capito PUO’ e DEVE essere portata dal piano terra a qui solo e soltanto da una persona designata, lasciando a tutte le altre il diritto/dovere di lamentarsi in modo ripetitivo e monotono). Delle felpe da lavoro che dovrebbero stare separate dalle felpe di lavoro di un’altra persona e a cui non abbiamo accesso perché –non ho capito questa parte ma possiamo immaginare più d’uno scenario possibile- e poi altre cose a cui non ho prestato molta attenzione in realtà.

A chi sostiene che la campagna sia rilassante posso rispondere che lo è solamente se non si indossa una divisa.

Adesso vado a fare la ronda, pare sia il mio turno.

lichene

licheni, qual gioia

Mimetismo animale

Mi piacciono moltissimo i documentari, specie di quelli che parlano della sopravvivenza degli animali in ambiente ostile. Il mimetismo è la cosa che mi affascina di più, scoprire come diverse forme di vita, disseminate nei più remoti angoli del mondo, possano avere in comune una caratteristica così strana ed affascinante mi incuriosisce parecchio.

mimetismo-a02

Mentre riflettevo su questa “magia” naturale sono stata folgorata da un’idea. Ho capito perchè gli adolescenti amano tanto appartenere ad un gruppo e vestirsi allo stesso modo. E’ una forma di tutela, di salvaguardia all’interno della loro società, o meglio, del loro ecosistema: amano uniformarsi agli altri adolescenti perchè risultano agli occhi degli adulti come “indistinguibili”. Frasi del tipo “Guarda quei capelloni lì, sono tutti uguali” oppure “Vi vestite tutti allo stesso modo, ma un po’ di immaginazione!” assumono una connotazione diversa dopo questa improvvisa illuminazione. E’ come se gli animali più fragili, più piccoli, insomma le prede naturali del regno animale, così come gli adolescenti, mascherino il loro aspetto (o lo adattino all’ambiente nel quale sono inseriti) per mascherare la propria esistenza nei confronti del mondo. Rendersi meno visibili. Se sono indistinguibili da ciò che li circonda non possono essere attaccati, predati.

Allo stesso modo potrei ampliare questa teoria alle divise (divise di qualsiasi genere, da quelle dei cuochi a quelle dei suonatori di banda) nel modo diametralmente opposto: la divisa si vede immediatamente, è universalmente riconoscibile all’interno del proprio ecosistema e rende quasi infinite le scorte a questi  gruppi di appartenenza. E’ risaputo che quando osserviamo un uomo in divisa guardiamo ciò che rappresenta e non la persona e  anche questa, forse, può essere considerata una forma di tutela.

Ho ancora molte cose da appurare ma mi sembra che, nell’insieme, questa teoria funzioni.

Elly