Le Pen is not on the table (and I feel fine)

Oggi, 8 Maggio 2017, anniversario gallico della fine della II Guerra Mondiale, Marine Le Pen non è stata eletta alla Presidenza della Repubblica.

Io ho disfatto la mia valigina di cartone. Mi sa che posso restare ancora un po’.

92% di voti per Macron, a Parigi.

le pen macron

A Parigi non hanno paura degli immigrati, anche perché non ci sarebbe chi pulisce le stazioni dei treni e delle metropolitane; siete pregati di rimettere il naso storto nella naturale postura perché sapete esattamente che è così. Non si può mettere manodopera qualificata a fare un lavoro di basso livello, costerebbe troppo.

Comunque, considerazioni borghesi a parte, l’importante è che la chère Marine abbia perduto al gioco delle sedie e che il pimpante Manu abbia preso gli oneri e gli onori della suddetta Repubblica. Manu è un giovinotto appassionato di banche che si professa essere super partes, né di destra né di sinstra – il che per me si traduce automaticamente con l’essere di destra, ma credo sia una mia deformazione campagnola, come la gotta- e di lavorare pour la France. Staremo a vedere; intanto ieri sera, mentre attendevo trepidante i risultati delle elezioni sul sito del Governo (e che ho dovuto leggere su quello de Le Figaro perché quello ufficiale lo hanno aggiornato due ore dopo rispetto alla stampa liberale) ero tutta un fascio di nervi: possibile che siamo arrivati a questo punto? Possibile che FN abbia una chance?

Ma certo che sì. Sciocca. Ha una chance proprio perché in democrazia tutti hanno diritto di parola: io, tu, il movimento 5 stelle, i vegani. Tutti. Ma proprio tutti.

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Avant les vacances

Prima di andare ufficialmente in vacanza (fino alla fine di settembre, credo) ho pensato di scrivere qualcosa a proposito di alcune cose accadute recentemente, domande a cui non ho mai risposto e cose così; lo faccio in rigoroso ordine sparso perché fa caldo e non posso fare piani perfetti finché la mia temperatura corporea non ritornerà in un ambiente che si aggira attorno ai 22 gradi.

Accadeva anche ai golem raccontati da Therry Pratchett ma per loro i gradi erano molti, ma molti meno. E risolvevano equazioni complicatissime e… vabbè, lasciamo perdere.

First thing first, faccio un mea culpa ecumenico: non so più parlare italiano. La mia sintassi ha cominciato a zoppicare senza peraltro migliorare il mio francese. Con l’inglese ça va encore ma corro il rischio di diventare una triste pseudo bilingue che, accoccolata al bordo di marciapiedi troppo caldi d’estate e troppo freddi d’inverno, elemosina sorrisi e congiuntivi. Such a sad end.

Deuxième chose, sì : scrivo ancora ma non credo di pubblicare più niente. Anche perchè non è il mio mestiere, non lo potrei mai fare con la serietà e la costanza che l’arte richiede. Quindi accontentatevi del blog. Siete carini, comunque.

In più le cose fuori stampa, son desolata, ma restano fuori stampa. Forse potrete reperire qualche volume in una piccola biblioteca di provincia oppure sotto la gamba di un tavolino da belletto non più claudicante.

Continuo a vivere in Francia. Sicuramente per questo anno (scolastico) ancora, poi si vedrà. Certo, ci sono stati attacchi terroristici e violenze, ma credo si sia al sicuro nulle part dunque dato che sono in ballo, ballo.

Non ho nostalgia della pasta, solo della pizza nelle notti di luna piena e degli amici quasi sempre (dico ‘quasi’ per tirarmela, ovvio). Per fortuna ci sono i social media, skype e what’s app a coprire i chilometri, anche se la voglia di un abbraccio non copre la distanza altrettanto facilmente.

Ormai mi sono piegata al caffè solubile francese, non al café operculé perchè il nome mi sembra indecente e si sa, io sono una signora.

Beh, credo sia tutto.

Vi auguro buone vacanze, sperando possiate gagliardamente scalare montagne o rotolarvi sulla spiaggia, ci rivediamo tra un po’, bacini !

shawn the sheep

Monsieur Venezia

Prima di cominciare questa piccola storia devo ringraziare Anna B. che mi ha invitato a raccontarla.

[for the english version scroll down below]

M. Venezia è uno dei clienti abituali del ristorante.

Solitamente arriva la domenica, per l’ora di cena. Sovrappeso e ben vestito, si siede sempre allo stesso tavolo spalle al muro per guardare il mare, dice.

Camicia e maglione, pantaloni color Kaki e mocassini senza calze, ha i capelli rasati alla foggia militare ed un triplo mento accuratamente rasato. Credo abbia avuto i capelli biondi, da giovane.

Gli occhi acquosi e le dita tozze percorrono la carta del ristorante per scegliere la prima delle tre portate che gusterà. Come aperitivo, non c’è bisogno di chiederglielo: prenderà un Venezia. Questo cocktail non è più sul menù da sei mesi ma continuiamo a farlo per lui.

Per la cena un vino rosso e robusto.

Acqua?

No, grazie.

M. Venezia non ama l’acqua, dice che è per i bugiardi.

Durante le interminabili cene domenicali ama raccontare ai camerieri che lo servono lunghe storie su un argomento che solo lui può comprendere; un po’ perché non spiega mai il contesto o l’antefatto, un po’ perché dopo due aperitivi e una bottiglia di rosso la sua lingua spasima.

Quando sono io a portare i piatti si aggiunge anche l’aggravante del francese, che dagli anziani è parlato con forte accento berrichon, il dialetto della zona.

Una volta, però, ho capito cosa mi chiedeva, dato che era arrivato solo a metà bottiglia.

– Sapete come si chiamano questi, in italiano?

Prima di rispondere lo fissai per due secondi pensando che mi prendesse in giro, dato che il mio accento tradisce sempre la mia integrazione. Poi capii che lui non ascoltava nessuno, si limitava a parlare quando un essere umano entrava nel suo raggio di percezione.

– No.- Mentii

– Ebbene, si chiamano kaparoni.

– Ah!- commento mentre raccolgo i resti dell’antipasto e gli porgo il piatto fumante.

– Eh sì!- Annuisce socchiudendo gli occhi –sono il frutto di una pianta. E voi lo sapete come si chiama questa pianta?

– No – mentii nuovamente.

-Ebbene, non me lo ricordo neanche io. Comunque sicuramente si chiama albero dei kaparoni.

Così sentenziando M. Venezia affondò la forchetta nei ravioli ai fichi e caprino, dimenticandosi immediatamente di me e dei fiori di cappero che fino ad un istante prima gli avevano fatto schioccare le labbra.

Cocktail  Venezia:venezia
Verre a Martini
4 cl. Martini Rouge
4 cl. Martini blanc
16 cl. Prosecco
paille noire
3 glaçons
tranche d’orange
 *  *  *

Before starting this little story  I must to thank Anna B. for she invited me to tell it.

Mr. Venice is one of the usual contumers of the restaurant.
Usually he came on Sunday,  for dinner. Overweight and well dressed, always sits at the same table against the wall to watch the sea, he says.
Clean shirt and sweater, khaki pants and loafers without socks, his hair military-style and a triple chin well shaved. I think he had blonde hair as a young man.
Watery eyes and stubby fingers run through the restaurant’s menu to choose the first of three dishes that he will taste. As an aperitif, there is no need to ask: a Venice. This cocktail is no longer on the menu but we continue to make it, just for him.
For dinner, a red and strong wine.
Water?
No thanks.
Mr. Venice does not like water, he says it’s for liars.
During his interminable Sunday dinners he loves to tell waiters  long stories on a topic that only he can understand; for it never explains the context or the background, and also because after two cocktalis and a bottle of red his tongue yearns.
When it’s up to me to bring the dishes things also get messy ‘couse of my French level, which is spoken by older people with strong berrichon accent, the dialect of the area.
Once, happy me, I understood what he  asked, he drunk just half of the bottle.
– Do you know how they call these things, in Italy?
Before answering I stared at him for two seconds thinking he was teasing me, my accent always betrays my integration. Then I realized that he never listened to anyone, merely speak when a human being enters its range of perception.
– No-  I lied.
– Well, they call these kaparoni.
– Ah! – I commented while I collected the rests of his firs dish and I server him the steaming plate.
– Yes! They are the fruit of a plant. And you know what’s the name of this plant?
– No – I lied again.
– Well, I do not remember neither myself. However surely it is called kaparoni tree.
Mr. Venice sank a fork in his raviolis with figs and goat cheese, forgetting about me and caper flowers that until a moment before had made snap his lips.