Monsieur Venezia

Prima di cominciare questa piccola storia devo ringraziare Anna B. che mi ha invitato a raccontarla.

[for the english version scroll down below]

M. Venezia è uno dei clienti abituali del ristorante.

Solitamente arriva la domenica, per l’ora di cena. Sovrappeso e ben vestito, si siede sempre allo stesso tavolo spalle al muro per guardare il mare, dice.

Camicia e maglione, pantaloni color Kaki e mocassini senza calze, ha i capelli rasati alla foggia militare ed un triplo mento accuratamente rasato. Credo abbia avuto i capelli biondi, da giovane.

Gli occhi acquosi e le dita tozze percorrono la carta del ristorante per scegliere la prima delle tre portate che gusterà. Come aperitivo, non c’è bisogno di chiederglielo: prenderà un Venezia. Questo cocktail non è più sul menù da sei mesi ma continuiamo a farlo per lui.

Per la cena un vino rosso e robusto.

Acqua?

No, grazie.

M. Venezia non ama l’acqua, dice che è per i bugiardi.

Durante le interminabili cene domenicali ama raccontare ai camerieri che lo servono lunghe storie su un argomento che solo lui può comprendere; un po’ perché non spiega mai il contesto o l’antefatto, un po’ perché dopo due aperitivi e una bottiglia di rosso la sua lingua spasima.

Quando sono io a portare i piatti si aggiunge anche l’aggravante del francese, che dagli anziani è parlato con forte accento berrichon, il dialetto della zona.

Una volta, però, ho capito cosa mi chiedeva, dato che era arrivato solo a metà bottiglia.

– Sapete come si chiamano questi, in italiano?

Prima di rispondere lo fissai per due secondi pensando che mi prendesse in giro, dato che il mio accento tradisce sempre la mia integrazione. Poi capii che lui non ascoltava nessuno, si limitava a parlare quando un essere umano entrava nel suo raggio di percezione.

– No.- Mentii

– Ebbene, si chiamano kaparoni.

– Ah!- commento mentre raccolgo i resti dell’antipasto e gli porgo il piatto fumante.

– Eh sì!- Annuisce socchiudendo gli occhi –sono il frutto di una pianta. E voi lo sapete come si chiama questa pianta?

– No – mentii nuovamente.

-Ebbene, non me lo ricordo neanche io. Comunque sicuramente si chiama albero dei kaparoni.

Così sentenziando M. Venezia affondò la forchetta nei ravioli ai fichi e caprino, dimenticandosi immediatamente di me e dei fiori di cappero che fino ad un istante prima gli avevano fatto schioccare le labbra.

Cocktail  Venezia:venezia
Verre a Martini
4 cl. Martini Rouge
4 cl. Martini blanc
16 cl. Prosecco
paille noire
3 glaçons
tranche d’orange
 *  *  *

Before starting this little story  I must to thank Anna B. for she invited me to tell it.

Mr. Venice is one of the usual contumers of the restaurant.
Usually he came on Sunday,  for dinner. Overweight and well dressed, always sits at the same table against the wall to watch the sea, he says.
Clean shirt and sweater, khaki pants and loafers without socks, his hair military-style and a triple chin well shaved. I think he had blonde hair as a young man.
Watery eyes and stubby fingers run through the restaurant’s menu to choose the first of three dishes that he will taste. As an aperitif, there is no need to ask: a Venice. This cocktail is no longer on the menu but we continue to make it, just for him.
For dinner, a red and strong wine.
Water?
No thanks.
Mr. Venice does not like water, he says it’s for liars.
During his interminable Sunday dinners he loves to tell waiters  long stories on a topic that only he can understand; for it never explains the context or the background, and also because after two cocktalis and a bottle of red his tongue yearns.
When it’s up to me to bring the dishes things also get messy ‘couse of my French level, which is spoken by older people with strong berrichon accent, the dialect of the area.
Once, happy me, I understood what he  asked, he drunk just half of the bottle.
– Do you know how they call these things, in Italy?
Before answering I stared at him for two seconds thinking he was teasing me, my accent always betrays my integration. Then I realized that he never listened to anyone, merely speak when a human being enters its range of perception.
– No-  I lied.
– Well, they call these kaparoni.
– Ah! – I commented while I collected the rests of his firs dish and I server him the steaming plate.
– Yes! They are the fruit of a plant. And you know what’s the name of this plant?
– No – I lied again.
– Well, I do not remember neither myself. However surely it is called kaparoni tree.
Mr. Venice sank a fork in his raviolis with figs and goat cheese, forgetting about me and caper flowers that until a moment before had made snap his lips.

Paris vaut bien une messe

10 Settembre 2009

Caro Enrico IV,

ti scrivo per dirti che Parigi non vale più una messa. Al massimo vale una preghierina in un giorno infrasettimanale, mentre fuori piove e il cinema è chiuso.

Non è più come l’hai lasciata Enrico caro, adesso è piena di turisti. Peggio. E’ piena di turisti italiani. Sono la razza più sgradevole di visitatori che l’estero possa aspettarsi: appena usciti dal confine nazionale non sanno più controllarsi, si incasinano a cercare i monumenti e si lanciano in funamboliche asserzioni in francese credendo che basti levare l’ultima lettera della parola per renderla tale.

Enry, credimi, stai bene dove stai, non devi avere rimpianti per quello che hai lasciato. Ci credi che al Louvre (lo so che non ci sei mai stato ma se fai una ricerca con il google dell’aldilà magari ti fai un’idea) uno che è passato davanti ad Amore e Psiche del Canova ha detto, dopo aver scansato la folla fotografante ed avere letto il cartellino : “ammore e psiche… io no’o conosco”.

Indovina di dov’era. Già, italiano!

In fila alla tour Eiffel (v. google celeste) un tipo nerboruto e sudaticcio ha chiesto a due ragazze tedesche: “Scus è quest la fil per salir su la tur?” Puoi immaginare con che conseguenze.

Mi vergogno tanto Enry, io credevo che avrei trovato una città pulita ed ordinata e che avrei respirato l’aria frizzantina della Senna, invece mi sono capitate solamente folle incasinate e con accento italico.

Avevo studiato tanto, frasi fatte, parole, grammatica… ero preparata con la mia guida, avevo segnato i percorsi. Tutto inutile. Era come stare alla sagra del cotechino.

Spero che almeno adesso te ne farai una ragione… non ti crucciare troppo, non è più come te la ricordavi. Adesso una bottiglietta d’acqua costa 2,80€ e tutti credono di dovere cucinare etnico. Non la riconosceresti, fattene una ragione.

Ti chiedo solo un’ultima cosa prima di lasciarti, avete la connessione a 8 Mb?

Con affetto,

Elly