Medioevo Italiano, l’affaire Charlie Hebdo

In queste ore si sprecano le dichiarazioni pubbliche, gli atti di solidarietà appecorata, l’affermazione di i gruppi politici (italiani tra tutti) che richiedono a gran voce la “Libertà d’espressione”. Da qui, posso solo intuire l’entità della cosa e cercare di proporre una riflessione.

Gruppi politici e persone che, nella maggior parte dei casi, non tollerano di vedere preso in giro nemmeno il proprio cane. Sto pensando a Matteo Salvini della Lega Nord, nello specifico. Uno (tra le centinaia di politici italiani) che detesta essere messo alla berlina, che taccia i bravi giornalisti di essere dei luridi, miseri, bastardi senza rispetto.

In una tragedia come quella di Charlie Hebdo, in un momento come questo, si fa una gran bella figura a tenere il cartello #jesuisCharlie in mano, farsi ritrarre come paladini della libertà e della democrazia. Perchè, e i politici italiani lo sanno bene, é l’apparenza quella che conta.

I giornalisti di Charlie Hebdo sono oggi giustamente celebrati come martiri in nome della libertà d’espressione, ma guardiamo in faccia la realtà: se avessero cercato di pubblicare il loro giornale satirico in qualsiasi campus universitario degli Stati Uniti, negli scorsi 20 anni, non sarebbero durati mezzo minuto. Gli studenti ed i rappresentanti di facoltà li avrebbero accusati di fomentare l’odio. Le amministrazioni gli avrebbero tagliato i fondi per farli tacere definitivamente. […]

The journalists at Charlie Hebdo are now rightly being celebrated as martyrs on behalf of freedom of expression, but let’s face it: If they had tried to publish their satirical newspaper on any American university campus over the last two decades it wouldn’t have lasted 30 seconds. Student and faculty groups would have accused them of hate speech. The administration would have cut financing and shut them down. […]

Il resto dell’articolo lo trovate qui: I am not Charlie Hebdo

In Italia, nei mesi passati, quando si sono sollevate questioni spinose riguardanti la libertà d’espressione a casa nostra (penso al film La trattativa continua di Sabina Guzzanti, al caso del cane impiccato a Telejato) nessuno si é preoccupato di difendere il diritto di dire la verità, di cercare di togliere il nostro paese dal Medioevo morale e civile nel quale è piombato negli ultimi vent’anni. I bravi giornalisti ed i pensatori indipendenti portano continuamente a galla il lerciume del Mare Nostrum, i corpi gonfi di ingiustizia lasciati a marcire, i le opinioni provocatorie lasciate naufragare. Siamo molto molto bravi, pero’, quando si tratta di additare un problema lontano, qualcosa che sposta il nostro naso dalla puzza della merda che abbiamo pestato per annusare una ben più rassicurante ascella.

Gli istantanei paladini della libertà di pensiero (cliccate qui per approfondire) non sanno, o non ricordano, che accettare le differenze non significa abbracciarne l’esistenza ma prenderne atto, sapere, conoscere. Io non sono personalmente d’accordo con molte delle vignette satiriche che in più di ogni occasione sono state pubblicate dal settimanale francese ma penso altresi’ che per i giornalisti, i liberi pensatori e gli artisti sia doveroso e necessario scuotere le coscienze. E’ questa la libertà d’opinione: dire, sostenere un’idea in modo civile senza venire giustiziato. In Italia purtroppo ogni idea divergente viene vissuta come se venisse messa in discussione la nostra intera esistenza. Questo é da collocarsi sotto la voce “xenofobia”.

difendere la libertà d’opinione vuol dire accettare i messaggi di cui siamo antagonisti, non dare libero sfogo alla vostra bestialità solitamente frenata dal vostro essere quotidianamente benpensanti.

Libernazione, Dan Marinos, 7 Gennaio 2015

Sono triste, ma non per questo meno determinata. So che é la pluralità di opinioni che fa grande una democrazia. Dobbiamo pero’ essere capaci di comperndere la differenza tra censura e paura della diversità. Ci sono troppi esempi in questo senso, da noi.

So che per ogni Matteo Salvini ci sono due Stéphane Charbonnier.

Per ogni Marine Le Pen due Sabina Guzzanti.

Lo so. Spero solo di non dimenticarlo mai, nemmeno in un momento come questo.

Charlie H.

Parlaimo e nun ce capaimo

L’estate è il momento in cui converge tutta la nostra voglia di viaggiare, sollazzarci e stare bene. Di solito ci prepariamo al suo arrivo con terribili diete a base di polvere e ragnatele, con un nuovo look più gggiovane più sprintoso e (solitamente) più ridicolo ma, soprattutto, cominciamo a pensare a quale sarà la meta figosissima per le nostre vacanze.

Spulciamo il web.

Passiamo disinteressati davanti alle agenzie di viaggio ammiccando verso la vetrina con le occasionissime.

Chiediamo languidamente agli amici se conoscono qualche posto bellissimo e sconosciuto.

Tentiamo di rifarci il guardaroba con i saldi.

Alla fine decidiamo di prenotare un volo per la Sperdutonia per evitare di incontrare altri italiani come noi. Pensiamo che, più lontana sarà la meta delle nostre vacanze, più potremo respirare a pieni polmoni il clima incontaminato del posto, lasciandoci alle spalle i nostri conterranei che porterebbero, assieme alla loro presenza, una banale e quotidiana italianità.

Ci rendiamo, però,  improvvisamente conto che la meta delle nostre vacanze è un luogo in cui non potremo comunicare nemmeno con i cartelli perchè  è sì un posto fighissimo e lontanissimo ma, proprio per questo, non ospita un occidentale dal 1600. Da quando, cioè, i missionari approdati sulle coste non sono stati mangiati o convertiti ad un Dio con più braccia che ascelle.

Ovviamente tutto questo è (in  alcuni e rari casi) un’esagerazione ma arriva comunque un momento in cui vogliamo imparare un’altra lingua per non fare la figura dei soliti italiani in vacanza; di quelli, cioè, che per farsi capire ripetono trenta volte la stessa frase credendo di farsi capire alzando il volume e scandendo PIU’-LEN-TA-MEN-TE -LE- PA-RO-LE.

A questo punto, dicevo, ricorriamo al più laido espediente che l’uomo abbia mai concepito: il corso di lingua in ciddì.

Quattrocento piccoli volumi che ti insegneranno -grazie ad imbarazzanti situazioni tipo- come fare la domanda giusta per trovare il bagno o farsi indicare il tassidermista più vicino.

La maggior parte di noi crede che, acquistando i volumi e dedicando alle lezioni non più di 10 minuti al giorno -mentre si lavano i piatti- il nostro cervello assorbirà per infusione tutto ciò che c’è da sapere di utile. I segreti della lingua finalmente svelati al viaggiatore previdente che ha avuto l’umiltà di apprendere un nuovo idioma per facilitare la vita degli indigeni.

Il viaggiatore previdente non tiene mai conto che gli “indigeni” parlano (nella peggiore delle ipotesi) almeno tre lingue.

Cinque, se i missionari hanno avuto tempo di conoscere biblicamente le loro madri.

Finalmente arriva il momento della partenza.

Tutti pimpanti ed allegri ci imbarchiamo per la nostra super vacanza, atterriamo e cominciamo timidamente a interagire con gli autoctoni.

“du iù… du iù, no, ‘spetta. ùer is otel scellofdesì?”

A questo punto avviene l’imprevedibile.

Ti rendi conto, cioè, che tu sei più o meno in grado di fare delle domande.

Ma non capisci assolutamente le risposte.

E quelli ti guardano, pietosi, e cominciano a scandire le parole.

Le inteviste di 1000 bolle blog presentano: Magnolia

Magnolia è una delle frequentatrici del nostro blog e, guarda caso, è un’italiana che vive all’estero. Questo fatto  ci ha fatto balzare alla mente un’ideuzza: abbiamo pensato al nostro paese, a questo preciso momento storico ed al fatto che la parola “straniero” è usata, spesso e volentieri, con una connotazione negativa. Per questo abbiamo deciso di intervistare alcune persone che, sulla carta, risultano essere straniere, quindi “diverse dalla nostra idea di cittadino medio”. Questo passo è stato compiuto perchè vogliamo riflettere (e far riflettere) sul grande limite umano riguardante le generalizzazioni e gli stereotipi.

Stranieri in Italia, italiani all’estero, che differenza c’è? Crediamo di essere esenti da pregiudizi solamente perchè siamo italiani? Forse non troveremo mai le risposte, intanto però facciamoci delle domande…

I don’t drink coffee I take tea my dear
I like my toast done on one side
And you can hear it in my accent when I talk
I’m an Englishman in New York
(Englishman in New York, Sting)

Ciao Magnolia, raccontaci qualcosa di te…
Sono una ragazza del Norditalia, 25 anni, studentessa di dottorato in materie scientifiche. Amo la mia citta’, ma a 23 anni ha iniziato ad andarmi stretta e ho deciso di andare a fare la tesi all’estero. Per una serie di ragioni ho deciso di venire in Germania, pur non parlando la lingua ma con la garanzia di poter lavorare in inglese alla tesi. Dopodiche’ ho deciso di fare il dottorato, anch’esso all’estero. E sono rimasta in Germania. Ho molti interessi e in parte mi rispecchio nella descrizione data qui http://www.nonsolomamma.com/post/20921572/alternative+possibili di nonsolomamma. Anche se negli ultimi anni ho scoperto cosa sia il mal di vivere. Ed esso ci accomuna tutti, coloro che vivono sempre nello stesso paese da quando sono nati e stanno in una relazione da 10 anni e coloro che sono in perenne movimento, anche sentimentale.
Da quanto tempo vivi in Germania?
Da circa 2 anni.
Credi che resterai a vivere lì per sempre?
No, ma non sono certa di voler tornare in Italia.
Cosa ti manca dell’Italia?
La mamma, la mia famiglia, la mia citta’, la mozzarella di bufala, le calde estati, la spontaneita’ della gente, la tradizione di offrirsi il caffe’ a vicenda e tante altre cose.
Cosa ti piace della Germania che in Italia non trovi?
Un ambiente multiculturale con pochissime tracce di razzismo, la possibilita’ di fare ricerca in un ambiente privo di favoritismi, il senso della cosa pubblica (e anche della proprieta’ privata) insito nei tedeschi, il rispetto delle regole, i mille tipi di pane che si trovano qui in panetteria, l’abitudine di andare a piedi, in bici o coi mezzi pubblici ogniqualvolta cio’ sia possibile, il rispetto per l’ambiente, e tante altre cose.
Ti percepisci come una “straniera” in Germania o come una “cittadina europea” a tutti gli effetti?
Come una cittadina europea.
Ti senti emarginata o sei stata subito accolta in modo positivo?
Sono stata accolta in modo positivo.
Cosa consiglieresti a chi vorrebbe andare a vivere in Germania o, più in generale, in un paese diverso?
Di essere curiosi verso la nuova cultura e di impararne la lingua, di non chiudersi nel cerchio di compatrioti.
Che opinione hanno i tedeschi degli italiani? Ci sono stereotipi o pregiudizi?
Stereotipi si’: siamo rumorosi, gesticoliamo, mio padre viene sempre identificato con un boss della mafia, siamo passionali. Pregiudizi non ne ho mai vissuti sulla mia pelle.
Qual’è il tuo cibo tedesco preferito?
Himbeerkuchen, la torta ai lamponi.
In Germania esistono comunità di italiani che non partecipano alla vita tedesca? Esiste una sorta di autoemarginazione? Se sì, secondo te quale è la causa?
La maggior parte degli italiani che incontro qui sono di seconda generazione e possiedono ristoranti e gelaterie. Sono venuti qui negli anni 50 e 60 specie dal sud Italia, e parlano coi loro figli un misto di tedesco e qualche dialetto del sud di 50 anni fa. In particolare i piu’ anziani sono in parte emarginati dalla lingua e dalla condizione sociale che ricoprivano quando sono venuti. I loro figli credo che siano pero’ ormai integrati.
Io ho avuto il privilegio di arrivare come studentessa, quindi come persona istruita e accolta in un ambiente gia’ di per se’ internazionale. Questo mi ha certo facilitata. Anche se e’ con il mio impegno che ho studiato la lingua e mi impegno a non circondarmi solo di italiani e magari spagnoli, ma di frequentare anche gli ambienti a maggioranza di tedeschi.
Un gruppo che si autoemargina ed e’ anche poi in parte emarginato e’ quello dei turchi. La storia e’ analoga a quella degli italiani, ma sono molto piu’ numerosi e si chiudono nelle loro comunita’ per difendere la loro cultura. Cosa che in parte capisco, dato che le differenze culturali sono in quel caso piu’ accentuate.
Vorremmo segnalarvi il blog di Magnolia nel caso vorreste approfondire la sua conoscenza: A little bit of too much