Fertur Aeneas

Ieri è morto il nipote di mia nonna. Uno dei nipoti, perché erano 13 tra fratelli e sorelle e si può immaginare cosa possano fare dei lombi sani ed un boom economico.

Mi è stato annunciato con un messaggio sul cellulare da mia madre: è morto Enea.

Mia madre non ha mai capito l’importanza delle convenzioni sociali. Un buongiorno è morto Enea sarebbe stato decisamente meglio.

Questa cosa mi ha un po’ sconvolto. Non che conosca tutti i parenti di mia nonna (che tra parentesi sono più di settanta) ma lui me lo ricordo bene perché c’ero andata in vacanza insieme. Eravamo partiti per il lago mia nonna, mio fratello, Enea ed io, perché sua madre era appena morta ed i miei avevano pensato fosse un atto caritatevole portarlo con noi. Mio nonno non andava mai più lontano di venti chilometri da casa perché gli piaceva restare nel podere, così ci portava sempre lei – nonna paterna- la quale sosteneva con orgoglio di avere il dono di essere bassa.

Dono che ho ereditato insieme alla couperose.

Ricordo che avrò avuto più o meno dodici anni e che ero decisa a fare del mio meglio per rendergli la vacanza piacevole. Solo che non riuscivo a comunicare con lui: borbottava sempre fra sé e non “diceva” mai niente. Stava sempre in disparte con occhi persi.

Ho chiesto, dopo alcune settimane dal rientro, perché fosse così strano e lei rispose che era normale che fosse così perché sua madre aveva cercato di ucciderlo quando era piccolo.

Da allora ho sempre cercato di immaginare cosa si prova, cosa resta dentro di te, dopo che tua madre cerca di ucciderti e tu lo sai.

Era stata mia nonna a fermarla, sul bordo del pozzo nel quale cercava di ficcarlo a forza.

“Lo vuoi lavare, Gioconda?”

Lei lo aveva semplicemente ripreso in braccio e riportato in casa, poi non se ne era più parlato.

“Ma nonna, allora era pazza” avevo commentato scioccata

“Sì, era pazza”

“Ma non potevate metterla in ospedale?”

“Ce l’avevamo messa, ma poi la rimandavano a casa. E poi, dopo non aveva più cercato di ucciderlo”

“Ma era diventata pazza a un certo punto oppure era già matta prima?” Io sono sempre stata affascinata dalla deformità.

“Era pazza anche prima, è sempre stata pazza”

“Ma, scusa, allora perché tuo fratello l’ha sposata?”

E qui posso affermare con decisione che già il mio cervello di dodicenne, grazie alla risposta ricevuta, aveva improvvisamente e definitivamente compreso che tutto quello che l’umanità aveva fatto fino ad allora, i millenni di evoluzione e perfezionamento, la ricerca e l’innovazione, il teatro, la musica, le scuole, gli ospedali, la bomba H e la cura per il cancro, il cibo bio, gli animali da compagnia, il cinema e la letteratura, la razza umana  sarebbe stata condannata ad estinguersi nel peggior modo possibile.

“Perché era bellissima” mi ha risposto.

Non potrò mai sapere cosa si prova quando la tua stessa madre prova ad ucciderti. Ma ho visto cosa si diventa. Era praticamente golem che invecchiava, qualcuno fuori dal mondo che non ne avrebbe mai fatto parte e neanche lo desiderava. Faceva tutto quello che facevano gli altri ma con quel modo in cui lo fanno i condannati, senza piacere e solo per sentirsi parte di qualcosa che ti rigetterà sempre.

Un’altra cosa che mi ha sempre turbata sono i nomi che avevano scelto nella famiglia della nonna. Nomi di divinità latine e greche. Figli, nipoti, bisnipoti.

Sono convinta che sia per questo che Dio non li ha mai trovati.

Musa, ricordami le cause, per quale offesa divina,

o dolendosi per che motivo la regina degli dei condannò l’uomo

insigne per la pietà a passare tante disgrazie e ad affrontare

tante fatiche. Così grandi sono le ire nelle anime dei celesti?

(Eneide, vv 8-11)

 

 

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Racconti di Giugno

di e con Pippo Delbono

La prima volta che abbiamo visto Pippo Delbono lo avevamo trovato molto interessante.

La seconda un po’ meno.

La terza aveva scritto una bella pièce e ci è andata bene così.

Quest’anno, sinceramente, avremmo voluto evitarlo.

E’ pesante Delbono. Per una stagione potevano evitare di metterlo in cartellone ma no, non si può. Prende il teatro talmente sul serio che è difficile entrare in sintonia con lui, la sua compagnia -disabili, microcefali e barboni- di solito contribuisce ad attirare come mosche le menti catto-benpensanti dei paraggi per questo, probabilmente, nessuno si lamenta mai. Resta comunque il fatto che, alla fine dei suoi spettacoli, le signore impellicciate e gli omoni col sigaro, uscendo si chiedono “Ma ti è piaciuto?”

“…sì… carino… mmh… e a te?”

“Massì, bello… interessante… e poi hai visto quello microcefalo?”

“Siiiii, bravissimo… si è imparato tutto a memoria, straordinario”

“Eh già, e per fortuna che lavora con lui sennò chissà dove sarebbe adesso, povera creatura…”

“Eh!”

“Eh…”

Insomma, un misto tra non ho capito cosa ha fatto ma proprio per questo deve essere stato molto intelligente e un che bravi i ritardati che parlano! Sembra la fiera dell’italiano medio e Delbono ci sguazza da così tanto tempo che ormai ci crede sul serio nella sua missione di salvatore di “attori” borderline.

In questa stagione, dicevamo, Delbono presenta “Racconti di giugno”

La curiosità per gli altri.

il senso nascosto delle relazioni.

il filo rosso degli invaghimenti negli spettacoli.

la coscienza di una bellezza senza confini nelle storie. […]

le coincidenze (tante) di giugno, il mese in cui sono nato.

quel qualcosa in se stessi mai detto forse perchè mai chiesto.

Pippo Delbono

Pippo Delbono. Genio e sregolatezza. Quando credi di aver capito di che cosa stai parlando, ti rendi conto che invece non hai capito nulla. Entra in scena in ritardo di mezz’ora a causa di un raffreddore. La platea si lamenta. Lo si sente nel brusio di sottofondo. Poi inizia a parlare e tutti tacciono. Parla con il cuore Delbono, parla dell’amore. Parla della sua giovinezza tra il paesino della riviera ligure e il mondo, parla di se stesso e dei suoi incontri, parla della discesa agli inferi e del ritorno alla vita, la sua.

Uno spettacolo che racconta come sono nati gli altri suoi spettacoli e di come tutto sommato non bisogna mai rimpiangere ciò che ci è accaduto, per quanto terribile e doloroso possa essere stato. Un monologo denso di emozioni e di tenerezza. La vita di un uomo vista con gli occhi di chi l’ha vissuta per davvero.

Andatelo a vedere!

Fabbrica

ascanio_celestinidi e con: Ascanio Celestini

Fabbrica è un racconto teatrale i forma di lettera scritta alla madre da un operaio:

“Cara madre,

vi scrivo questa lettera che è l’ultima lettera che vi scrivo. Ve n’ho scritta una al giorno per tanti anni. Voi mi dicevate scrivi scrivi e io ho scritto per più di cinquant’anni …”

Così si apre e si chiude la piece teatrale del celebre autore romano. Tutto lo spettacolo è incentrato sulla figura di un figlio che scrive una lettera alla madre, lettera che avrebbe dovuto scrivere cinquant’anni prima, ma che a causa di una disgrazia non è riuscito a fare. Così, dopo tutto quel tempo, recupera il fallo e racconta: racconta della vita in fabbrica, dei colleghi e colleghe, dell’Italia attraverso tre generazioni e due guerre e soprattutto di Fausto, il capoturno.

Attraverso una narrazione  rapida e precisa, sgrammaticata come solo un discorso fatto di getto può essere, comica e grottesca al tempo stesso, Ascanio Celestini ci porta a scoprire un microcosmo, quello della fabbrica, che non è poi così diverso dal macrocosmo in cui viviamo. Una riflessione attenta e coinvolgente sull’animo umano, con le sue ipocrisie e i suoi principi.

Alla fine dello spettacolo, grazie all’autore,  ci si interroga e si scava dentro se stessi alla ricerca di qualcosa che si pensava di aver perso: l’autocritica.