Stalin on ice

Qui come in tutto il resto d’Europa, temo, si sta ancora pensando all’anniversario della gloriosa Rivoluzione d’Ottobre dove gli altrettanto gloriosi bolscevichi (большевики) hanno stabilito quella che per gli anni a venire é stata celebrata come un modello di democrazia comunista. Almeno da dove vengo io.
Ed ecco tutto un fiorire di tours del “Coro dell’armata Russa”, del “circo di Mosca” del “circo sul ghiaccio di Mosca” riviste contenenti speciali su quanto é stato difficile uccidere Rasputin (molto, vi prevengo), chi era il capo dei russi bianchi e quello dei russi rossi. Cosa faceva il piccolo Lenin mentre il fratello veniva giustiziato (compito in classe di geometria) e quanto se l’é legata al dito.
Articoli sulla prima Duma.
Sulla seconda traballante Duma.
Sulla tassa da pagare per la barba.
Chi faceva sesso con chi.
Come sono stati uccisi i Romanoff (lo scrivo alla francese) – dettagli imprescindibili per farsi un’esauriente e corretta idea sui vincitori che poi hanno mandato tutti gli schiavi liberati a scavare gloriosi (quanto inutili) fossi, solo per tenerli imegnati. L’esubero del personale non é un concetto moderno, come vedete.

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Ветер принес издалёка

Песни весенней намек,

Где-то светло и глубоко

Неба открылся клочок.

В этой бездонной лазури,

В сумерках близкой весны

Плакaли зимние бури,

Реяли звездные сны.

Робко, темно и глубоко

Плакали сруны мои.

Ветер принес издалёка

Звучные песни твои.

Renato Poggioli traduce Alexandre Blok

Il vento portò da lontano

L’accenno d’un canto primaverile,

Chissà dove, lucido e profondo,

Si aprì un pezzetto di cielo.

In questo azzurro smisurato,

Fra i barlumi della vicina primavera

Piangevano burrasche invernali,

Si libravano sogni stellati.

Timide, cupe e profonde

Piangevano le mie corde.

Il vento portò da lontano

Le tue squillanti canzoni.

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Letargico Novembre pieno di stupore

Letargico Novembre pieno di stupore

Foglie rosse

Città baciata dal sole

Freddo

Uccellini morti

Mosche che sbattono intontite.

Troppe mosche, in effetti.

Novembre sarebbe un messe perfetto per citare Keats, così nostalgico e brumoso anche nei giorni di festa.

So British, so flawless.

Mi viene in mente Hugo invece, meno jolly e certainement più adatto a rappresentare il freddo francese in un mese così; a parte la nazionalità voglio dire.

E’ un po’ così che va la mia scrittura, se ancora di scrittura possiamo parlare. Associazione per immagini assolutamente inconcludente, per questo molti occidentali si rifugiano nell’haiku. Lascio a voi ulteriori considerazioni.

Et bien, voilà

Et bien voilà, ancora qui, sempre più domande e sempre meno risposte.

No. E’ passata la fase del “perché siamo vivi”, fuori moda – fuori tempo. Era anche un gioco a premi di Non è la Rai. Telefonavi e dovevi dire a Ambra la risposta.

Mai saputo quale fosse.

Probabilmente perché non guardavo Non è la Rai.

Le mie tenere illusioni di sono sgretolate negli ultimi anni (quanti? Ho smesso di contarli. Probabilmente tutti quelli dopo avere smesso con gli amici invisibili) e ancora oggi –nonostante lo scottante proposito di non pormi più questioni, fallito e fallace – mi meraviglio di ritrovare macerie fumanti al posto di castelli d’avorio. L’avorio non dovrebbe fumare.

Ho lasciato cadere le minuziose indagini che dovevano svelare tutti i retroscena del modus vivendi che avrebbero permesso il mio dominio sugli uomini e sulle cose.

Terminate le inquisizioni spagnole di carattere sociale nel quale si cerca una coerenza a tutti i costi; sempre andata disarmata. Senza maschera. Un bandito in borghese.

E poi cosa resta?

Il compromesso.

Perché se c’era una cosa bella della mia giovinezza era l’integrità. C’erano gli assoluti, le verità – V E R I T A ‘ – . Tutto il resto era menzogna borghese, obbligo ed accettazione passiva di regole dettate da altri, in altri tempi, in altri luoghi. Ci si vestiva di bandiere mentre con i denti stringevamo parole più grandi.

E tutti mi guardavano come una bestia strana, perché non m’interessava fingere, non volevo acconsentire.

Ancora oggi vivo dell’eco di quella fama; una gloria senza macchia. C’era aria, c’era sole, si poteva essere fieri. Ero invidiosa delle ragazze in crinolina che sorridevano ma pensavano a tutt’altro, e dei regali brutti per cui si ringrazia con un sorriso, e dei “come stai?” senza ascoltare la risposta. Osservavo questi perfetti prodotti sociali non senza stupore. “Ma come si fa?” Come si fa.

Poi arrivano gli anni e con essi la stanchezza.

Poi arriva la stanchezza e con essa gli anni.

Non saprei dire.

Improvvisamente tutta la forza e la libertà diventano faticose, faticose, non si vuole più essere sempre riconosciuti. Non si ha più voglia di essere diversi perché lo abbiamo capito troppo bene, di esserlo.

Adesso vorrei solo un posto dove sparire in mezzo a tutti, essere un invisibile topo tra i topi. Così, giusto perché se sparano nel mucchio non è detto che mi becchino. Non perché mi sia particolarmente cara la pelle, è solo perché ho scoperto che il mimetismo è quasi più divertente dell’essere veri.

Ma mi stanca a anche questo au bout d’un moment.

Non penso possa esserci di peggio dell’ hic et nunc, ma mi aspetto sorprese.