Letargico Novembre pieno di stupore

Letargico Novembre pieno di stupore

Foglie rosse

Città baciata dal sole

Freddo

Uccellini morti

Mosche che sbattono intontite.

Troppe mosche, in effetti.

Novembre sarebbe un messe perfetto per citare Keats, così nostalgico e brumoso anche nei giorni di festa.

So British, so flawless.

Mi viene in mente Hugo invece, meno jolly e certainement più adatto a rappresentare il freddo francese in un mese così; a parte la nazionalità voglio dire.

E’ un po’ così che va la mia scrittura, se ancora di scrittura possiamo parlare. Associazione per immagini assolutamente inconcludente, per questo molti occidentali si rifugiano nell’haiku. Lascio a voi ulteriori considerazioni.

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Et bien, voilà

Et bien voilà, ancora qui, sempre più domande e sempre meno risposte.

No. E’ passata la fase del “perché siamo vivi”, fuori moda – fuori tempo. Era anche un gioco a premi di Non è la Rai. Telefonavi e dovevi dire a Ambra la risposta.

Mai saputo quale fosse.

Probabilmente perché non guardavo Non è la Rai.

Le mie tenere illusioni di sono sgretolate negli ultimi anni (quanti? Ho smesso di contarli. Probabilmente tutti quelli dopo avere smesso con gli amici invisibili) e ancora oggi –nonostante lo scottante proposito di non pormi più questioni, fallito e fallace – mi meraviglio di ritrovare macerie fumanti al posto di castelli d’avorio. L’avorio non dovrebbe fumare.

Ho lasciato cadere le minuziose indagini che dovevano svelare tutti i retroscena del modus vivendi che avrebbero permesso il mio dominio sugli uomini e sulle cose.

Terminate le inquisizioni spagnole di carattere sociale nel quale si cerca una coerenza a tutti i costi; sempre andata disarmata. Senza maschera. Un bandito in borghese.

E poi cosa resta?

Il compromesso.

Perché se c’era una cosa bella della mia giovinezza era l’integrità. C’erano gli assoluti, le verità – V E R I T A ‘ – . Tutto il resto era menzogna borghese, obbligo ed accettazione passiva di regole dettate da altri, in altri tempi, in altri luoghi. Ci si vestiva di bandiere mentre con i denti stringevamo parole più grandi.

E tutti mi guardavano come una bestia strana, perché non m’interessava fingere, non volevo acconsentire.

Ancora oggi vivo dell’eco di quella fama; una gloria senza macchia. C’era aria, c’era sole, si poteva essere fieri. Ero invidiosa delle ragazze in crinolina che sorridevano ma pensavano a tutt’altro, e dei regali brutti per cui si ringrazia con un sorriso, e dei “come stai?” senza ascoltare la risposta. Osservavo questi perfetti prodotti sociali non senza stupore. “Ma come si fa?” Come si fa.

Poi arrivano gli anni e con essi la stanchezza.

Poi arriva la stanchezza e con essa gli anni.

Non saprei dire.

Improvvisamente tutta la forza e la libertà diventano faticose, faticose, non si vuole più essere sempre riconosciuti. Non si ha più voglia di essere diversi perché lo abbiamo capito troppo bene, di esserlo.

Adesso vorrei solo un posto dove sparire in mezzo a tutti, essere un invisibile topo tra i topi. Così, giusto perché se sparano nel mucchio non è detto che mi becchino. Non perché mi sia particolarmente cara la pelle, è solo perché ho scoperto che il mimetismo è quasi più divertente dell’essere veri.

Ma mi stanca a anche questo au bout d’un moment.

Non penso possa esserci di peggio dell’ hic et nunc, ma mi aspetto sorprese.

… e se le rondini al crepuscolo si trasformassero in pipistrelli?