Avant les vacances

Prima di andare ufficialmente in vacanza (fino alla fine di settembre, credo) ho pensato di scrivere qualcosa a proposito di alcune cose accadute recentemente, domande a cui non ho mai risposto e cose così; lo faccio in rigoroso ordine sparso perché fa caldo e non posso fare piani perfetti finché la mia temperatura corporea non ritornerà in un ambiente che si aggira attorno ai 22 gradi.

Accadeva anche ai golem raccontati da Therry Pratchett ma per loro i gradi erano molti, ma molti meno. E risolvevano equazioni complicatissime e… vabbè, lasciamo perdere.

First thing first, faccio un mea culpa ecumenico: non so più parlare italiano. La mia sintassi ha cominciato a zoppicare senza peraltro migliorare il mio francese. Con l’inglese ça va encore ma corro il rischio di diventare una triste pseudo bilingue che, accoccolata al bordo di marciapiedi troppo caldi d’estate e troppo freddi d’inverno, elemosina sorrisi e congiuntivi. Such a sad end.

Deuxième chose, sì : scrivo ancora ma non credo di pubblicare più niente. Anche perchè non è il mio mestiere, non lo potrei mai fare con la serietà e la costanza che l’arte richiede. Quindi accontentatevi del blog. Siete carini, comunque.

In più le cose fuori stampa, son desolata, ma restano fuori stampa. Forse potrete reperire qualche volume in una piccola biblioteca di provincia oppure sotto la gamba di un tavolino da belletto non più claudicante.

Continuo a vivere in Francia. Sicuramente per questo anno (scolastico) ancora, poi si vedrà. Certo, ci sono stati attacchi terroristici e violenze, ma credo si sia al sicuro nulle part dunque dato che sono in ballo, ballo.

Non ho nostalgia della pasta, solo della pizza nelle notti di luna piena e degli amici quasi sempre (dico ‘quasi’ per tirarmela, ovvio). Per fortuna ci sono i social media, skype e what’s app a coprire i chilometri, anche se la voglia di un abbraccio non copre la distanza altrettanto facilmente.

Ormai mi sono piegata al caffè solubile francese, non al café operculé perchè il nome mi sembra indecente e si sa, io sono una signora.

Beh, credo sia tutto.

Vi auguro buone vacanze, sperando possiate gagliardamente scalare montagne o rotolarvi sulla spiaggia, ci rivediamo tra un po’, bacini !

shawn the sheep

Fertur Aeneas

Ieri è morto il nipote di mia nonna. Uno dei nipoti, perché erano 13 tra fratelli e sorelle e si può immaginare cosa possano fare dei lombi sani ed un boom economico.

Mi è stato annunciato con un messaggio sul cellulare da mia madre: è morto Enea.

Mia madre non ha mai capito l’importanza delle convenzioni sociali. Un buongiorno è morto Enea sarebbe stato decisamente meglio.

Questa cosa mi ha un po’ sconvolto. Non che conosca tutti i parenti di mia nonna (che tra parentesi sono più di settanta) ma lui me lo ricordo bene perché c’ero andata in vacanza insieme. Eravamo partiti per il lago mia nonna, mio fratello, Enea ed io, perché sua madre era appena morta ed i miei avevano pensato fosse un atto caritatevole portarlo con noi. Mio nonno non andava mai più lontano di venti chilometri da casa perché gli piaceva restare nel podere, così ci portava sempre lei – nonna paterna- la quale sosteneva con orgoglio di avere il dono di essere bassa.

Dono che ho ereditato insieme alla couperose.

Ricordo che avrò avuto più o meno dodici anni e che ero decisa a fare del mio meglio per rendergli la vacanza piacevole. Solo che non riuscivo a comunicare con lui: borbottava sempre fra sé e non “diceva” mai niente. Stava sempre in disparte con occhi persi.

Ho chiesto, dopo alcune settimane dal rientro, perché fosse così strano e lei rispose che era normale che fosse così perché sua madre aveva cercato di ucciderlo quando era piccolo.

Da allora ho sempre cercato di immaginare cosa si prova, cosa resta dentro di te, dopo che tua madre cerca di ucciderti e tu lo sai.

Era stata mia nonna a fermarla, sul bordo del pozzo nel quale cercava di ficcarlo a forza.

“Lo vuoi lavare, Gioconda?”

Lei lo aveva semplicemente ripreso in braccio e riportato in casa, poi non se ne era più parlato.

“Ma nonna, allora era pazza” avevo commentato scioccata

“Sì, era pazza”

“Ma non potevate metterla in ospedale?”

“Ce l’avevamo messa, ma poi la rimandavano a casa. E poi, dopo non aveva più cercato di ucciderlo”

“Ma era diventata pazza a un certo punto oppure era già matta prima?” Io sono sempre stata affascinata dalla deformità.

“Era pazza anche prima, è sempre stata pazza”

“Ma, scusa, allora perché tuo fratello l’ha sposata?”

E qui posso affermare con decisione che già il mio cervello di dodicenne, grazie alla risposta ricevuta, aveva improvvisamente e definitivamente compreso che tutto quello che l’umanità aveva fatto fino ad allora, i millenni di evoluzione e perfezionamento, la ricerca e l’innovazione, il teatro, la musica, le scuole, gli ospedali, la bomba H e la cura per il cancro, il cibo bio, gli animali da compagnia, il cinema e la letteratura, la razza umana  sarebbe stata condannata ad estinguersi nel peggior modo possibile.

“Perché era bellissima” mi ha risposto.

Non potrò mai sapere cosa si prova quando la tua stessa madre prova ad ucciderti. Ma ho visto cosa si diventa. Era praticamente golem che invecchiava, qualcuno fuori dal mondo che non ne avrebbe mai fatto parte e neanche lo desiderava. Faceva tutto quello che facevano gli altri ma con quel modo in cui lo fanno i condannati, senza piacere e solo per sentirsi parte di qualcosa che ti rigetterà sempre.

Un’altra cosa che mi ha sempre turbata sono i nomi che avevano scelto nella famiglia della nonna. Nomi di divinità latine e greche. Figli, nipoti, bisnipoti.

Sono convinta che sia per questo che Dio non li ha mai trovati.

Musa, ricordami le cause, per quale offesa divina,

o dolendosi per che motivo la regina degli dei condannò l’uomo

insigne per la pietà a passare tante disgrazie e ad affrontare

tante fatiche. Così grandi sono le ire nelle anime dei celesti?

(Eneide, vv 8-11)

 

 

Ringraziar voglio il divino – Gracias quiero dar al divino

Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare,
per la ragione, che non cesserà di sognare
una mappa del labirinto,
per il volto di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il duro diamante e l’acqua libera,
per l’algebra, palazzo di perfetti cristalli,
per le mistiche monete di Angelo Silesio,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per il fulgore del fuoco
che nessun uomo può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giorni del 1955,
per i rozzi mandriani che nella pianura
spronano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultimo giorno di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo si dissero
da una croce all’altra croce,
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemoriali
che convergono in me,
per la lingua che, secoli fa, parlai in Northumbria,
per la spada e l’arpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di quanto non sappiamo,
per la musica verbale d’Inghilterra,
per la musica verbale di Germania,
per l’oro che splende nei versi,
per l’epico inverno,
per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos,
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso di bronzo,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e dell’isola di Manhattan,
per il mattino in Texas,
per quel sivigliano che compose l’Epistola Morale,
e il cui nome, come avrebbe preferito, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo
scrissero tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica il passato,
per l’abitudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci dà l’illusione di un principio,
per la notte, le sua tenebra e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi che già scrissero questa poesia,
per il fatto che la poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e varia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché ci metteva tanto a morire,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
quei due tesori occulti,
per gli intimi doni che non enumero,
per la musica, misteriosa forma del tempo.

*  *  *

Gracias quiero dar al divino

laberito de los efectos y de las causas

por la diversidad de las criaturas

que forman este singular universo,

por la razón, que no cesará de soñar

con un plano del laberinto,

por el rostro de Elena y la perseverancia de Ulises,

por el amor, que nos deja ver a los otros

como los ve la divinidad,

por el firme diamante y el agua suelta,

por el álgebra, palacio de precisos cristales,

por las místicas monedas de Ángel Silesio,

por Schopenhauer,

que acaso descifró el universo,

por el fulgor del fuego

que ningún ser humano puede mirar sin un asombro antiguo,

por la caoba, el cedro y el sándalo,

por el pan y la sal,

por el misterio de la rosa

que prodiga color y que no lo ve,

por ciertas vísperas y días de 1955,

por los duros troperos que en la llanura

arrean los animales y el alba,

por la mañana en Montevideo,

por el arte de la amistad,

por el último día de Sócrates,

por las palabras que en un crepúsculo se dijeron

de una cruz a otra cruz,

por aquel sueño del Islam que abarco

Mil Noches y Una Noche,

por aquel otro sueño del infierno,

de la torre del fuego que purifica

y de las esferas gloriosas,

por Swedenborg,

que conversaba con los ángeles en las calles de Londres,

por los ríos secretos e inmemoriales

que convergen en mí,

por el idioma que, hace siglos, hablé en Nortumbria,

por la espada y el arpa de los sajones,

por el mar, que es un desierto resplandeciente

y una cifra de cosas que no sabemos

y un epitafio de los vikings,

por la música verbal de Inglaterra,

por la música verbal de Alemania,

por el oro, que relumbra en los versos,

por el épico invierno,

por el nombre de un libro que no he leído: Gesta Dei per Francos,

por Verlaine, inocente como los pájaros,

por el prisma de cristal y la pesa de bronce,

por las rayas del tigre,

por las altas torres de San Francisco y de la isla de Manhattan,

por la mañana en Texas,

por aquel sevillano que redactó la Epístola Moral

y cuyo nombre, como él hubiera preferido, ignoramos,

por Séneca y Lucano, de Córdoba,

que antes del español escribieron

toda la literatura española,

por el geométrico y bizarro ajedrez,

por la tortuga de Zenón y el mapa de Royce,

por el olor medicinal de los eucaliptos,

por el lenguaje, que puede simular la sabiduría,

por el olvido, que anula o modifica el pasado,

por la costumbre,

que nos repite y nos confirma como un espejo,

por la mañana, que nos depara la ilusión de un principio,

por la noche, su tiniebla y su astronomía,

por el valor y la felicidad de los otros,

por la patria, sentida en los jazmines

o en una vieja espada,

por Whitman y Francisco de Asís, que ya escribieron el poema,

por el hecho de que el poema es inagotable

y se confunde con la suma de las criaturas

y no llegará jamás al último verso

y varía según los hombres,

por Frances Haslam, que pidió perdón a sus hijos

por morir tan despacio,

por los minutos que preceden al sueño,

por el sueño y la muerte,

esos dos tesoros ocultos,

por los íntimos dones que no enumero,

por la música, misteriosa forma del tiempo.

J.L. Borges