Parlaimo e nun ce capaimo

L’estate è il momento in cui converge tutta la nostra voglia di viaggiare, sollazzarci e stare bene. Di solito ci prepariamo al suo arrivo con terribili diete a base di polvere e ragnatele, con un nuovo look più gggiovane più sprintoso e (solitamente) più ridicolo ma, soprattutto, cominciamo a pensare a quale sarà la meta figosissima per le nostre vacanze.

Spulciamo il web.

Passiamo disinteressati davanti alle agenzie di viaggio ammiccando verso la vetrina con le occasionissime.

Chiediamo languidamente agli amici se conoscono qualche posto bellissimo e sconosciuto.

Tentiamo di rifarci il guardaroba con i saldi.

Alla fine decidiamo di prenotare un volo per la Sperdutonia per evitare di incontrare altri italiani come noi. Pensiamo che, più lontana sarà la meta delle nostre vacanze, più potremo respirare a pieni polmoni il clima incontaminato del posto, lasciandoci alle spalle i nostri conterranei che porterebbero, assieme alla loro presenza, una banale e quotidiana italianità.

Ci rendiamo, però,  improvvisamente conto che la meta delle nostre vacanze è un luogo in cui non potremo comunicare nemmeno con i cartelli perchè  è sì un posto fighissimo e lontanissimo ma, proprio per questo, non ospita un occidentale dal 1600. Da quando, cioè, i missionari approdati sulle coste non sono stati mangiati o convertiti ad un Dio con più braccia che ascelle.

Ovviamente tutto questo è (in  alcuni e rari casi) un’esagerazione ma arriva comunque un momento in cui vogliamo imparare un’altra lingua per non fare la figura dei soliti italiani in vacanza; di quelli, cioè, che per farsi capire ripetono trenta volte la stessa frase credendo di farsi capire alzando il volume e scandendo PIU’-LEN-TA-MEN-TE -LE- PA-RO-LE.

A questo punto, dicevo, ricorriamo al più laido espediente che l’uomo abbia mai concepito: il corso di lingua in ciddì.

Quattrocento piccoli volumi che ti insegneranno -grazie ad imbarazzanti situazioni tipo- come fare la domanda giusta per trovare il bagno o farsi indicare il tassidermista più vicino.

La maggior parte di noi crede che, acquistando i volumi e dedicando alle lezioni non più di 10 minuti al giorno -mentre si lavano i piatti- il nostro cervello assorbirà per infusione tutto ciò che c’è da sapere di utile. I segreti della lingua finalmente svelati al viaggiatore previdente che ha avuto l’umiltà di apprendere un nuovo idioma per facilitare la vita degli indigeni.

Il viaggiatore previdente non tiene mai conto che gli “indigeni” parlano (nella peggiore delle ipotesi) almeno tre lingue.

Cinque, se i missionari hanno avuto tempo di conoscere biblicamente le loro madri.

Finalmente arriva il momento della partenza.

Tutti pimpanti ed allegri ci imbarchiamo per la nostra super vacanza, atterriamo e cominciamo timidamente a interagire con gli autoctoni.

“du iù… du iù, no, ‘spetta. ùer is otel scellofdesì?”

A questo punto avviene l’imprevedibile.

Ti rendi conto, cioè, che tu sei più o meno in grado di fare delle domande.

Ma non capisci assolutamente le risposte.

E quelli ti guardano, pietosi, e cominciano a scandire le parole.

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